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Un tempo c’erano la lupa, simbolo vivente dell’antico nome della città, Lupiae, poi sono venuti i cigni bianchi, e dopo ancora le anatre. Oggi animali non ce ne sono più - e meno male, almeno per quanto riguarda la lupa -, ma la Villa Comunale era e resta un importante polmone verde nel centro cittadino. Un luogo di svago per gli adulti e di divertimento per i piccini, per altro fra i meglio tenuti.

Fra le aiuole geometriche del suo giardino all’italiana, un grande busto sormonta una base in pietra. E’ il più imponente dei numerosi messi in fila sul viale e sui due lati di fronte all’ingresso della Prefettura. Raffigura il condottiero Giuseppe Garibaldi, a cui i Giardini Pubblici che si sviluppano su di un’area di oltre 30mila metri quadri, sono intitolati sin dal 1883. Prima di quella data erano conosciuti come Villa della lupa, ed in una gabbia recintata e chiusa anche dall’alto, nei decenni sono stati rinchiusi ora due, ora un solo lupo di razza italica, che maschi o femmine che fossero, venivano da tutti indicati come lupe.
Lo spettacolo di quegli animali che andavano avanti e indietro in uno spazio di poche decine di metri, forse aveva senso solo per i bambini. Per fortuna, nella metà degli Anni Ottanta, l’ultima lupa venne trasferita in un luogo più adatto, e la gabbia venne smantellata. Per i piccini restarono i cigni arrivati negli Anni Sessanta nella grande vasca poi trasformata in fontana monumentale, e dopo e con essi, una nutrita colonia di anatre.

Probabilmente non c’è un solo leccese, che da bambino non sia stato immortalato a ridosso o sul bordo di piccole piastrelle colorate della vasca con i cigni. La foto era d’obbligo: con una reflex il cui rollino doveva essere sviluppato oppure con la più sbrigativa polaroid, che regalava l’immagine dopo pochi minuti. Oggi basta un click sul cellulare e la foto è bell‘e pronta in un batter d’occhi, anche in decine di posizioni.

E non c’è leccese, che da bambino non sia stato tenuto per mano dai genitori, mentre a piccoli passi percorreva il parapetto in muratura al di sopra del quale si ergeva e tuttora s’erge la recinzione in ferro. Sino a che l’altezza lo permetteva, fra un «attento a non cadere» ed un «vai piano», la passeggiata andava avanti. E quando non era più possibile, con gaudio del piccolo protagonista, si concludeva con un tuffetto fra le braccia accorte di papà o mamma.
La fontana circolare venne realizzata nel lontano 1859, e così è rimasta sino a quasi tutto il secolo successivo, anche se con svariati rimaneggiamenti, che ad un certo punto l’hanno trasformata in due vasche congiunte da un corto canale. Nel 2000, infine, è nata la fontana monumentale inserita negli specchi d’acqua così come li vediamo attualmente.

La più interessante fra le curiosità della Villa, nella quale si accede da quattro cancelli che avrebbero bisogno di una riverniciatura, è costituita dall’ordine che nel 1941, Mussolini in persona, sì, il Duce del Fascismo, diede agli amministratori locali. E riguarda la riconversione in ortaggi, orto e legumi, di due terzi dei suoi spazi a verde.
L’altra riguarda il rifugio antiaereo utilizzato durante la seconda Guerra Mondiale, ricordato in una targa di pietra dalla quale si sono staccati molti fra numeri e lettere, che si dovrebbero ricollocare al più presto.
Una terza è il tempietto neoclassico che campeggia nella piazza posta all’incrocio fra i quattro viali, in corrispondenza degli ingressi da viale XXV Luglio (il principale), e le vie Achille Costa, Francesco d’Assisi e Giuseppe Garibaldi. I più credono che si trovi lì da sempre, ma in realtà, è solo importato. Dal grande giardino dell’istituto religioso Marcelline, quando in concomitanza con la sistemazione viaria della città e la costruzione di nuovi edifici, da esso venne per così dire escluso, nel senso che restò fuori dall’odierna recinzione.

Al riparo di querce e lecci, gli alberi dominanti, ce ne sono state di tutti i tipi e gusti. Dalla mai riproposta Fiera nazionale del vino alle Feste dell’Unità, passando per le bancarelle gastronomiche della tre giorni di festeggiamenti in onore del patrono sant’Oronzo, sino alle sfilate ed agli spettacoli teatrali. Ma quella che ha lasciato il segno per qualità ed organizzazione, ha a che fare con gli spettacoli, musicali primi fra tutti, del cartellone dell’Ente provinciale per il turismo e dell’Azienda di soggiorno.
Da anni, troppi, la Villa Comunale Garibaldi non ospita più manifestazioni di rilievo, ed a parte la gioia che innegabilmente proviene dalle voci dei bambini, i due spazi dedicati ai loro giochi non possono certo reggere il confronto col passato.

A tutto c’è rimedio. È di questi giorni, la notizia che con l’obiettivo di una completa riqualificazione, l’amministrazione comunale lancerà un concorso di idee per la gestione della Villa Comunale, che - vale la pena ricordarlo - rappresenta un complesso sottoposto a vincolo storico-artistico. In particolare, l’acquisizione dei progetti dovrà riguardare l’utilizzazione integrata degli immobili inseriti nel suo perimetro. E cioè: il locale adibito a bar, il padiglione ludoteca, l’ex casa del custode ed il rifugio antiaereo. Obiettivo: offrire servizi per favorire, nella Villa «luogo del cuore», il pieno coinvolgimento della comunità leccese.

I BUSTI DEI SALENTINI ILLUSTRI SENZA NEANCHE PIU' I NOMI - Passare davanti senza fermarsi ad ammirarli e leggere le brevi note biografiche, è impossibile. Sono i 22 busti marmorei dei salentini illustri, 12 dei quali realizzati fra il 1886 e il 1889 dagli scultori Eugenio Maccagnani (10) e Giuseppe Mangionello (2).
Disposti su due lati, appena aldilà dei cordoli che delimitano le aiuole rettangolari, i primi otto campeggiano sul viale che si apre di fronte all’ingresso della Prefettura.

In ordine, sul destro sono: Francesco Lo Re (Trani 1844, Lecce 1903), medico e politico. Giuseppe Pisanelli (Tricase 1812, Napoli 1879), giurista, riformatore del codice civile. Pietro Siciliani (Galatina 1832, Firenze 1885), pedagogo, filosofo e medico. Giuseppe Libertini (Lecce 1823-1874), seguace di Mazzini, iscritto alla “Giovane Italia”, deputato nel 1861, in Parlamento favorì le Logge Massoniche.
Sul lato sinistro: Re Tancredi conte di Lecce (1138-1194), figlio di Ruggero d’Altavilla, morto re Guglielmo II, fu incoronato re di Sicilia nel 1189 dalla nobiltà normanna. Giuseppe Palmieri (Montesardo 1721, Napoli 1793), favorì lo sviluppo agricolo del Salento. Antonio De Ferraris detto Galateo (Galatone 1444, Lecce 1517), medico e membro dell’Accademia Pontaniana, scrisse il “De situ Japigiae”. Antonio Panzera (Giuliano 1825, Lecce 1886), sindaco e deputato al Parlamento, studiò dai Gesuiti e fu capitano delle guardie nazionali.

Altri tre campeggiano sul vialetto di destra. Giulio Cesare Vanini (Taurisano 1585, Tolosa 1619), condannato a morte nel 1619 per tesi ateistiche e blasfeme. Francesco Milizia (Oria, 1725, Roma 1798), storico, critico, teorico del neoclassicismo ed amministratore delle proprietà del re di Napoli. Leonardo Prato (Lecce, Bellaere, XV-XVI sec.), cavaliere di Rodi e Venosa, governatore di Capitanata e Molise, fece costruire l’Arco di Prato. E tre sono pure sul vialetto di sinistra: Oronzo Massa (Lecce 1760, Napoli 1799), incaricato delle trattative col cardinale Ruffo per la salvaguardia dei combattenti repubblicani, venne fucilato a soli 30 anni. Luigi Scarambone (Lecce prima metà del XX sec.), architetto, dal re di Napoli venne nominato nella segreteria del Consiglio generale delle fortificazioni. Gaetano Stella (Lecce 1787-1862), medico, studioso di scienze agrarie, direttore dell’orto botanico, nel 1858 pubblicò il catalogo delle piante di Terra d’Otranto.

Infine, davanti alla grande statua dell’eroe dei due mondi, Garibaldi, insistono i busti più recenti: Giuseppe Pellegrino (Matino 1856, Lecce 1931), avvocato, giornalista, più volte sindaco di Lecce, fece costruire le prime case popolari e realizzare la linea tranviaria per San Cataldo. Francesco Rubichi (Napoli 1851, Lecce 1918), avvocato e deputato. Giuseppe Petraglione (Lecce 1872-1947), professore, noto per gli studi sul Mezzogiorno. Gaetano Martinez (Galatina 1892, Roma 1951), scultore. Tito Schipa (Lecce 1888, New York 1965), tenore e attore. Pietro Marti (Ruffano 1863, Lecce, 1933), fondò giornali e riviste, direttore della biblioteca “Nicola Bernardini”.
Alla scritta dorata Pellegrino, manca la “o”. A Martinez sono rimaste solo la “a” e la “n” per il nome e “ar” ed “ne” per il cognome. E non sta meglio Rubichi, al quale sono sopravvissute solo una “u” ed una “h”. E non è tutto: un piccolo busto è privo di targhetta e dunque di identità, mentre sui due vialetti, uno per parte, due busti sono... dispersi!

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