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Libertà, scarcerati i primi antifascisti

Libertà, scarcerati i primi antifascisti

Così la «Gazzetta» salutò la nuova era

28 Luglio 2022

Annabella De Robertis

«Sì, viva la libertà; la libertà che ci ha dato la vita, la libertà che ci ha fatti crescere e diventare Popolo, Nazione, Stato; [...] la libertà che è il perno del nostro pensiero, della nostra opera, di ogni civile progresso. Questa libertà è stata per venti anni conculcata, manomessa, annientata. [...] Oggi noi riprendiamo le fila interrotte dalla procella, riprendiamo il cammino. La Gazzetta del Mezzogiorno da oggi inizia la sua nuova vita. Essa allontana da sé chi ancora tenta di pescare nel torbido, chi ancora ieri, noncurante delle sorti della patria, biascicava stolide sentenze e ancora più stolide condanne. E questa nuova vita, che è quella della libertà, noi percorreremo sino in fondo, nella certezza di trovare il bene smarrito».

Così il 28 luglio 1943 Luigi De Secly, appena nominato redattore capo responsabile, segna il cambio di passo de «La Gazzetta del Mezzogiorno» con un memorabile editoriale dal titolo eloquente «Viva la libertà». Tre giorni prima, il Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo del regime, ha votato la sfiducia nei confronti di Mussolini: costretto alle dimissioni, il Duce è stato tratto in arresto. Il re ha nominato il maresciallo Badoglio a capo del Governo.

Il nuovo direttore Nicola Pascazio – succeduto a Pietro Pupino Carbonelli, troppo compromesso con il regime – decide di pubblicare sulla stessa pagina anche l’editoriale «Respiro» di Alberto Bergamini, comparso il giorno precedente su «Il Giornale d’Italia»: «L’Italia ha finalmente la sua rivoluzione: rivoluzione di libertà che restaura anche per noi finalmente i grandi valori della libertà occidentale». In fondo alla prima pagina c’è una piccola notizia: da Roma è stata disposta la scarcerazione di un gruppo nutrito di antifascisti detenuti a Bari. Tra essi ci sono: Guido De Ruggiero, Guido Calogero, Tommaso Fiore, Michele Cifarelli, Giulio Butticci «e molti valorosi e intelligenti giovani studenti», si legge sulla «Gazzetta».

Questo annuncio e le parole di speranza riportate sul più importante giornale locale infiammano gli animi: a Bari inizia ad esserci fermento, ansia di libertà. La cosiddetta “Circolare Roatta” e un’ordinanza locale hanno impedito fino ad ora ogni tipo di manifestazione pubblica. Quel 28 luglio 1943, però, alcune persone scendono finalmente per strada, ignorando i divieti imposti: si ritroveranno in più di duecento, perlopiù ragazzi e anche bambini, per andare incontro ai prigionieri politici che sarebbero stati scarcerati. All’altezza della sede del Partito nazionale fascista – in via Niccolò dell’Arca – un reparto dell’esercito, insieme ad altri militari e individui armati nascosti nel palazzo, apre il fuoco contro il corteo inerme e pacifico. Il bilancio definitivo della strage sarà di venti morti e circa settanta feriti: finisce così, nel sangue, quel primo giorno di libertà dopo vent’anni di regime autoritario e repressivo.

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