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L'editoriale

Jean-Luc Godard, il genio visionario del ‘900

Jean-Luc Godard, il genio visionario del ‘900

La Nouvelle Vague e la passione per l’Italia

14 Settembre 2022

Oscar Iarussi

Si è scritto nei giorni scorsi che il ‘900, «secolo breve» invero lunghissimo, finiva con la morte della regina Elisabetta. Ma se proprio vogliamo indicare un simbolico traguardo per quel secolo audace e tempestoso, forse si presta meglio la figura di Jean-Luc Godard. È il ‘900 del cinematografo sbocciato a Parigi nel 1895, che il parigino Godard (di origini svizzere) ha onorato, contraddicendo il mondo e contraddicendosi a più non posso. Persino in limine ha disposto che a dare la notizia della sua morte fosse un quotidiano, «Libération» a lui da sempre devoto, sottraendola così alla girandola postmoderna dei social che pure si sono immediatamente scatenati. Del resto, le edicole di Saint-Germain-des-Prés e della Rive Gauche sono l’ombelico del ‘900 e occhieggiano in À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960) di Godard, dove il protagonista Jean-Paul Belmondo non fa che fumare e leggere «France Soir». Fin dal titolo, Fino all’ultimo respiro è il film-manifesto della Nouvelle Vague, che «decostruì» la narrazione tradizionale e sconvolse il canone. Sullo schermo la deliziosa e trasgressiva Jean Seberg, la pupa del bandito Belmondo, a un certo punto decide che «è troppo tardi ormai per avere paura». Una frase che sembra il suggello della decisione assunta dal regista novantunenne di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, dove risiedeva da tempo e dove è consentito dalla legge. «Non era malato, era semplicemente esausto», hanno rivelato fonti vicine alla famiglia.

Esausto dopo una vita pienissima, centocinquanta film, uno spirito libertario e una vena visionaria come poche. Tant’è che si sbaglierebbe a collocarlo ritualmente nella Storia del cinema, giacché egli era plurale e inafferrabile, e le sue sono piuttosto Histoire(s) du cinéma, un titolo godardiano. Guru intellettuale e beffardo, una decina di anni fa si permise il lusso di non andare a ritirare l’Oscar alla carriera, come Marlon Brando a suo tempo, per non piegarsi all’egemonia hollywoodiana.

D’altro canto l’Europa, secondo Godard, «è umiliata ma non purificata dalla sofferenza», come recita una battuta di Film Socialisme (2010) girato in parte sulla nave «Costa Concordia» che sarebbe naufragata all’Isola del Giglio da lì a poco. Una sorta di requiem, un metaforico stralcio dell’agonia del Vecchio Continente alla deriva, ovvero in preda ai marosi della crisi economica, che invano tentiamo di esorcizzare attraverso i rituali del turismo di massa. Lontani i tempi di Viaggio in Italia di Roberto Rossellini (1954), che aveva stregato il poco più che ventenne Jean-Luc e gli altri giovani leoni della critica della leggendaria rivista «Cahiers du Cinéma». Erano Rivette, Chabrol, Rohmer e naturalmente François Truffaut che avrebbe esordito con I 400 colpi nel 1959. La lite fra quest’ultimo e Godard sarà insanabile, eppure i fratelli coltelli, fra amore e politica, dettero una scossa di realismo «selvaggio» alle cinematografie di mezzo mondo. La «loro» era l’Italia dello «splendore del vero» rosselliniano, dei film come il pane al posto dei croissant rappresentati dal cosiddetto «cinéma de papa» degli Autant-Lara e Clément, insomma l’Italia del neorealismo e della nuova lingua del cinema... «Tutte le strade portano a Roma città aperta», dirà Godard, che nel 1963 gira Il disprezzo, dal racconto di Alberto Moravia, nel sole della stupefacente Villa Malaparte di Capri, con una Brigitte Bardot da urlo, Michel Piccoli, Jack Palance, Giorgia Moll e il grande regista Fritz Lang nel ruolo di se stesso. Lo stesso anno vede Godard sul set dell’episodio parigino di Ro.Go.Pa.G., titolo composto dalle iniziali di Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti.

Il suo è insomma il cinema delle post-avanguardie, cinema poetico e poi saggistico, ironico fino al sarcasmo e contemplativo, sensuale alla maniera della musa e prima moglie Anna Karina, mistico e «terroristico» come in magnifici film quali Prénom Carmen (Leone d’oro a Venezia nell’83) e Je vous salue, Marie. Non lascia eredi, se non epigoni tra cui Philippe Garrel, che usa la pellicola per restituire la «grana» e il «corpo» del cinema che fu, facendo andare in brodo di giuggiole schiere di cinéphiles. Ma Godard era attratto, quasi calamitato dalle nuove tecnologie, dalla possibilità «democratica» e anarchica propria del digitale (in pieno lockdown nel 2020 aveva animato una diretta pazzesca su Instagram). Ha ragione Gianni Amelio, non v’è regista al mondo che non gli debba tutto o quasi: «Ogni inquadratura di Godard vale il cinema».

Ultimo novecentista, si è fumato ancora un sigaro e l’ha chiusa lì. Resta la sua luce, adieu Jean-Lux.

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