Domenica 01 Marzo 2026 | 21:32

Tre figure per un cinema: incontri ideali

Tre figure per un cinema: incontri ideali

Tre figure per un cinema: incontri ideali

 
Anton Giulio Mancino

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Anton Giulio Mancino

Tre figure per un cinema: Incontri ideali

Domenica 01 Marzo 2026, 18:58

Facciamo un gioco all’apparenza semplice, magari un po’ funebre, ma efficace di questi tempi di esequie continuative della cultura, dell’arte e dell’intelligenza tutta, quella un tempo considerata una qualità naturale e non una quantità produttiva insostenibile. Il gioco consiste nel collegare tre grandi figure del cinema scomparse di recente, due icone francesi come Brigitte Bardot e Alain Delon, e uno degli ultimi esemplari di un magistero creativo ed etico di cui stanno scomparendo le tracce: l’ungherese Béla Tarr. Immediatamente verrebbe da collegare Bardot e Delon, le cui foto assieme, nelle celebrazioni mortali, son tornate a fare il giro del mondo, sebbene in realtà abbiano condiviso un solo film, anzi un terzo di un film: l’episodio William Wilson di Louis Malle di Tre passi nel delirio (1968), condiviso con Federico Fellini e Roger Vadim all’insegna del disadattamento di Edgar Allan Poe. Ma Tarr, come si iscrive nell’orizzonte così lontano di Bardot e Delon? Ebbene, esiste una sola chiave che apre simultaneamente tutte e tre le serrature, ed è in questo caso più unico che rara: Georges Simenon, attraverso il quale, facendo coincidere l’ordine cronologico con quello alfabetico, si sono incontrati idealmente l’oggetto giovanile del desiderio maschile Bardot ne La ragazza del peccato (1958) di Claude Autant-Lara, al fianco di Jean Gabin; il Delon espressamente senile in L’orso di peluche (1994) di Jacques Deray, affiancato da Francesca Dellera; e Tarr dirigendo con spessore sempre bergsoniano a quattro mani con Ágnes Hranitzky le durate interiori de L’uomo di Londra (2007).

Questa strana combinazione, nell’asincronismo, facilita anche il compito di sintetizzare in poche righe l’apporto reciproco dato da Simenon al cinema e dal cinema a Simenon. Inseguirne la filmografia, tra riferimenti indiretti e diretti, significherebbe compilare un elenco del telefono, quando c’erano gli elenchi e i telefoni servivano per telefonare, onde evitare di scegliere i “migliori” Simenon sul grande e sul piccolo schermo che comporterebbero solo esclusioni anziché inclusioni. Certo, parlando della figura cardine di Maigret, è impossibile non pensare al passaggio di consegne nei decenni da Gabin a Gino Cervi, e da Bruno Cremer a Gerard Depardieu, per un ammontare di film ed episodi di serie televisive incalcolabile dagli anni Cinquanta del vecchio secolo al primo ventennio del nuovo. Si potrebbe anche eleggere un campione assoluto di corrispondenza cinematografica contrassegnata Simenon al cinema con il solo Gabin, che non è stato solo Maigret, ma l’interprete inconfondibile di altri testi opportunamente disadattati, che se la batte nel ricordo con Cervi, se si confrontano i tasselli televisivi accumulati dal secondo con quelli cinematografici del collega divo francese. Questione insomma di metodo. Ad ognuno il suo Simenon per immagini in movimento, non atrofizzate dal consenso.

 

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