Domenica 01 Marzo 2026 | 21:33

Georges Simenon e il grande racconto dell’uomo nudo

Georges Simenon e il grande racconto dell’uomo nudo

Georges Simenon e il grande racconto dell’uomo nudo

 
Teresa Lussone

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Teresa Lussone

Georges Simenon e il grande racconto dell’uomo nudo

Domenica 01 Marzo 2026, 18:56

Come spiegare il mito Simenon? Lo chiediamo a Marina Geat, professoressa ordinaria all’Università Roma Tre e autrice di molti studi dedicati allo scrittore.

Si può descrivere Simenon con cinque aggettivi?

«Il primo aggettivo è “coraggioso”, perché Simenon tocca reazioni dell’umano sottili e difficili da dire, le esplora in profondità, porta avanti per tutta la vita una ricerca in se stesso, nelle ragioni delle sofferenze intime che riguardano tutti e che possono trasformarsi in tragedie. Il secondo aggettivo è “nudo”, come l’“uomo nudo” che, come ha dichiarato più volte, ha voluto raccontare. Una “nudità” al di sotto di stereotipi, consuetudini, ipocrisie che è doloroso affrontare. Come scrive, proprio confrontandosi con Fellini, sono entrambi degli “scorticati vivi”. Direi poi “attuale”, perché attualissimo è il suo obiettivo di “comprendere senza giudicare”, ribadito successivamente persino da Camus nel suo discorso per il Nobel del 1957 come dovere dei veri artisti. Aggiungerei “medianico”, riprendendo una affermazione di Fellini, per cui Simenon è, ai suoi occhi, un esempio luminoso di artista “medium”. È cioè capace di evocare con un’immagine quello che accade nel profondo della vita psichica, e questo, per Fellini, è stupefacente. Infine, riprendendo lo spunto dalla sua domanda, direi che è “mitico”, nel senso pieno di questo aggettivo. Anche raccontando vicende quotidiane, Simenon scolpisce personaggi, situazioni, ambienti che restano impressi, che parlano di qualcosa che ci riguarda profondamente». 

E prolifico...

«È vero, ha scritto moltissimo, sia romanzi commerciali sotto pseudonimo, in gioventù, sia i Maigret, sia quelli che chiama “romanzi romanzi”, senza conformarsi al genere poliziesco. Ma ha scritto anche splendidi reportage giornalistici, memorie autobiografiche di grande intensità e ha realizzato dossier fotografici di pregio, esposti persino al Jeu de Paume di Parigi. Dietro a tutto questo vi è un autentico bisogno di creare, una necessità che proviene dalla parte più profonda di sé, dal proprio inconscio come dirà più volte, in uno stato d’animo che rasenta la trance».

Come è cominciato tutto?

«Simenon è nato a Liegi, in Belgio, nel 1903. Un’infanzia malinconica, profondamente influenzata dall’educazione cattolica e dal dissidio tra i caratteri del padre e della madre. Le tracce di questa infanzia rimarranno per sempre nella sua scrittura. La sua “fuga” da questa sofferenza sotterranea è passata attraverso un’enorme quantità di letture, poi la partenza per Parigi, viaggi in tutto il mondo, un soggiorno di dieci anni negli Stati Uniti. Una grande vitalità che ha conosciuto anche momenti bui, due guerre mondiali, il suicidio della figlia Marie-Jo. Ma sempre accompagnato da un prepotente bisogno di scrittura, la forma che assume in lui lo sforzo inesauribile di capirsi e di capire che cosa si agita in fondo all’umano, quello che chiama appunto l’“uomo nudo».

Qual è il segreto del suo successo?

«C’è un’abilità innegabile nel costruire delle trame, frutto del suo apprendistato nel romanzo commerciale, e c’è un’assoluta autenticità della sua ricerca delle minute reazioni degli affetti, delle paure, delle sensazioni che appartengono a chiunque e che conducono a esiti imprevedibili. Il lettore questo lo percepisce, lo riconosce e lo ama».

È questo che lo avvicina a Fellini? Penso al libro che lei ha pubblicato di recente, Simenon, Fellini, Jung. Fratelli d’elezione, con una bella prefazione di Simona Argentieri (Rubbettino). 

«Simenon e Fellini si sono riconosciuti come “fratelli” per una profonda analogia tra il loro rispettivo bisogno di creatività. Un bisogno che proviene dall’inconscio, che esce dagli schemi, di cui è difficile parlare. L’uno e l’altro hanno finalmente incontrato un “fratello” ideale in grado di “capire senza giudicare”. Ma anche un fratello che non suscita gelosie, rivalità, paure per la propria unicità, come entrambi hanno sperimentato rispetto ai propri fratelli reali. Un ruolo fraterno completamente ripensato, che travalica l’ambito artistico, che diviene modello di vita, sostegno professionale, riferimento esistenziale. Entrambi frequentano, nei sogni o nelle meditazioni più personali, la vita dell’altro. Ed entrambi si riconoscono un terzo “fratello d’elezione”, lo psicoanalista Jung, come studioso dell’inconscio ma soprattutto come uomo, di cui parlano, che li guida nell’esplorazione di sé, che offre loro il linguaggio “giusto” per condividere i segreti del loro mondo interiore e di quel bisogno di creatività in cui si sentono vicini». 

C’è sempre uno scheletro nell’armadio

 

Un giorno Alfred Hitchcock telefonò a casa di Simenon. La segretaria rispose: «Non posso passarglielo, ha appena cominciato a scrivere un romanzo». «Non c’è problema, aspetto in linea fino a quando finisce», avrebbe risposto il regista. È una delle tantissime leggende su cui si fonda il «fenomeno Simenon», come lo chiamava Brasillach. Questa rapidità della scrittura porta a una sterminata produzione che, come i lettori dell’autore belga sanno bene, è suddivisa in gialli (pensiamo al celebre commissario Maigret) e romanzi “duri”, o “romanzi romanzi”.

Avvincenti quanto un poliziesco, anche i romanzi “duri” si reggono su misteri da scoprire ed enigmi torbidi. La frase in epigrafe alle Sorelle Lacroix (Adelphi) lo suggerisce immediatamente: «Ogni famiglia ha uno scheletro nell’armadio…». Come nel giallo più riuscito, Simenon svela a poco a poco segreti sepolti, lasciando affiorare le pulsioni più oscure.

C’è uno scheletro nell’armadio anche nella famiglia di Sophie Émel, protagonista del romanzo La vecchia, appena pubblicato da Adelphi nella traduzione di Simona Mambrini. Siamo a Parigi, in un quartiere alla moda, verso la metà del secolo scorso. Sophie è una giovane paracadutista con una vita sopra le righe (i personaggi che trasgrediscono le norme sociali sono il cavallo di battaglia di Simenon). A dire il vero, lei non sa nulla di questo scheletro fino a quando un commissario di polizia non piomba a casa sua con una bella gatta da pelare: l’immobile in cui abita la nonna deve essere demolito, ma l’arzilla signora si è barricata nel suo appartamento e non vuole saperne di sgombrarlo. Minaccia di buttarsi dalla finestra e rischia di essere internata.

Benché non sia più in contatto con lei da molti anni, Sophie decide di ospitarla. Eppure casa sua è già fin troppo affollata, tra la cameriera e una sventurata ragazza che Sophie ha accolto per fuggire alla solitudine. La convivenza tra le quattro donne è esplosiva. Ne viene fuori una storia al contempo spassosa e dura, durissima. La vecchietta ha un talento particolare: riesce a scovare i punti deboli delle persone e, sebbene con un certo garbo, ama mettere il dito nella piaga. Diciamo le cose come stanno, è cattiva e sa di non poter cambiare: «Non credere che invecchiando si impari qualcosa», rivela a Sophie. Come in un gioco al massacro, la donna svela i più inconfessabili segreti di famiglia. Nel giro di una settimana, la ragazza, suo malgrado, si trova invischiata nell’universo della vecchia e scopre di non essere da meno. I figli hanno i padri che si meritano, scrive Sartre nella sua autobiografia. E le nipoti, a quanto pare, le nonne. (T. Lus.)

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