Domenica 01 Marzo 2026 | 14:21

Manduria, il fascino della storia: Mura Messapiche e Fonte Pliniano testimonianze di un passato glorioso FOTO

Manduria, il fascino della storia: Mura Messapiche e Fonte Pliniano testimonianze di un passato glorioso FOTO

Manduria, il fascino della storia: Mura Messapiche e Fonte Pliniano testimonianze di un passato glorioso FOTO

 
toti bellone

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Tra Jonio ed Adriatico l’antica Manduria grazie alle mura ed alla necropoli che la circonda costituisce il sito archeologico più esteso del Salento

Domenica 01 Marzo 2026, 12:30

A ridosso delle mura tutto attorno circondate, i fieri guerrieri tarantini spalleggiati dai rudi soldati dell’alleata Sparta, aprono uno squarcio grande a sufficienza per far passare uomini e cavalli. Ma non sanno che non basta per far cadere l’odiata Manduria. Altre due cinte separate da un fossato e provviste di passaggi segreti per scrutare le mosse del nemico, sono state costruite per proteggere la città. Nella battaglia, il re avverso, Archidamo III, trova la morte, e l’indomito centro messapico è salvo. Negli occhi la suggestione dell’evento storico del 338 avanti Cristo, a guardare oggi le possenti mura della località salentina di quasi 30mila abitanti, il cui nome si deve al messapico «mandur» (luogo di cavalli), ci vuole davvero poco ad immaginare gli antichi manduriani nell’atto di difendersi dall’alto di quanto, ingegnosamente, erano riusciti a costruire.

LE MURA CICLOPICHE Dopo l’«assaggio», nel cuore cittadino, a due passi dalla centrale piazza Garibaldi, dei resti d’una porzione di mura, che una plancia turistica recita essere «tratto delle mura medievali coincidente con mura messapiche e fossato della cerchia arcaica del secolo V avanti Cristo», una volta superato, in largo Scegnu, l’ingresso del Parco Archeologico, delle mura non c’è ancora traccia. C’è, invece, una torretta, al centro della quale è un albero di mandorlo, stemma civico della città fra le lettere F ed M (Fons Mandurinus), sui cui rami per ingraziarsi le divinità, secondo la leggenda, le donne appendevano i monili in oro ed i guerrieri il bottino di guerra. «L’albero emerge dal Fonte Pliniano -, esordisce Anna Zingarello Pasanisi, la nostra guida turistica abilitata sull’intero territorio nazionale -. Ma lo visiteremo dopo il tour delle mura». Che all’improvviso, si parano davanti in tutta la loro sorprendente potenza e bellezza.

Della regione compresa fra due mari, Jonio ed Adriatico (la Messapia, appunto), Manduria non era il centro più grande, perché lo erano Muro Leccese (100 ettari), Vaste (77) e Cavallino (70); ma quanto di essa resta proprio grazie alle mura ed alla necropoli che la circonda, con i suoi 16, di ettari, costituisce il sito archeologico più esteso del Salento, storicamente inteso come territorio, che oltre all’intera provincia di Lecce, comprende le parti meridionali di Taranto e Brindisi.
Da una parte e dall’altra di quello che doveva essere l’ingresso monumentale alla città fondata dalle genti provenienti via mare dall’Illiria, sono tre le cinta murarie costituite da grossi blocchi di pietra calcarea. Partendo dalla doppia porta che fungeva da ingresso rinforzato e che era racchiusa fra quattro robusti pali di legno fissati in profondità nel terreno (i grossi fori sono ancora visibili), un tempo circondavano l’intera città, e se sono sopravvissute, e perché la linea ferroviaria poco distante, ha di fatto evitato che Manduria si espandesse anche in quella direzione, a discapito, evidentemente, delle stesse mura, il cui materiale, laddove è stato invece rimosso, venne utilizzato per erigere nuove costruzioni.

Quanto di esse rimane, corre a perdita d’occhio da un lato e dall’altro, per un’altezza minima di sette metri, e massima di dodici. «Per non dire di quanto fossero spesse - sottolinea con trasporto la nostra guida -: ben sei metri». Oltre che in un importante segmento della storia della civiltà messapica, percorrere l’itinerario delle mura che tre affettuosi gatti (Park, Ciccio e Bagheera) hanno scelto per casa, è fare anche una passeggiata in un fondale marino. Fra le pietre megalitiche ed il banco tufaceo, numerosi affiorano infatti i fossili, in larga parte conchiglie.

LA NECROPOLI Durante le varie campagne di scavo, ne sono venute alla luce ben 1300. Ma altre potrebbero celarsi al riparo della campagna che s’apre a ridosso del confinante Convento di Sant’Antonio, che delle antiche pietre ha beneficiato per parti del suo muro di recinzione. Quasi tutte rettangolari, le tombe presentano anche esempi di sepolture in posizione fetale: tombe di uomini, donne, bambini, soldati ed atleti, con corredi funerari bellissimi. Nelle femminili, sono stati trovati orecchìni con piccole cavità, all’interno delle quali, le manduriane usavano alloggiare un minuscolo batuffolo di cotone imbevuto di quello che oggi diremmo profumo, ma che in realtà era essenza di piante spontanee, che per evitare svanisse in breve tempo, veniva per così dire conservata nel cotone. In quelle dei bambini, che al pari delle donne, i messapi avevano in grande considerazione, gli archeologi hanno trovato persino dei giocattoli di ceramica.

Uno, a forma di maialino, datato III secolo avanti Cristo, è affiorato nel 2013; un altro, a forma di capretta dipinta a vernice nera, è apparso accanto ad una «“trozzella», il vaso per l’acqua, simbolo delle donne della Manduria che fu. Provvisti di un beccuccio che lascia pensare pure alla funzione di biberon (nel secondo sono state trovate tracce di latte e miele), sono detti «askos», e con altri reperti, sono conservatori nel Museo cittadino. In epoca moderna, quando ormai non si aveva più timore dell’ira divina, molte tombe sono state violate, ed i corredi che contenevano, dispersi dai tombaroli avidi di denaro, che probabilmente, neppure avevano contezza delle ricchezze nelle quali si erano imbattuti.

IL FONTE PLINIANO Tornati al punto di partenza, al termine di una doppia rampa di scale, un gigantesco antro naturale nel quale la fantasia ci fa collocare la dimora di un Ciclope, nasconde la parte inferiore della torretta del Fonte Pliniano. «E’ ora giunto il momento di scoprire cos’è», dice con convinzione la nostra guida, appartenente alla cooperativa «Spirito Salentino» della presidente Angela Greco. Scopriamo così, che si tratta di una sorgente perenne d’acqua dolce e cristallina, descritta nella sua «Naturalis Historia», da Plinio il Vecchio. Nel I secolo dopo Cristo, lo scrittore latino al quale si deve anche l’odierno nome al maschile della Fonte, in quanto derivante dal latino «fons», parla persino di «“miraculum», con riferimento al livello dell’acqua, che così come si osserva da tempo immemore, rimane sempre lo stesso, anche in caso di piogge torrenziali. Va da sé, che Plinio non conosceva la legge dei vasi comunicanti, che come accade per esempio a Lecce nella vasca di Palazzo Adorno e nel pozzo del Museo Faggiano, fa sì che l’acqua del fiume Idume che lì scorre sotterraneo, mantenga sempre lo stesso livello.

Nei secoli, e sino alla Seconda guerra mondiale, come attestano scritte e disegni, anche di persone trasportate in barella, ritenuta miracolosa la sua acqua, il Fonte Pliniano fu luogo di culto, e per questo, nell’antro dove basta chiudere gli occhi ed ascoltare in silenzio il gorgoglio dell’acqua per sentirsi parte di un angolo della foresta amazzonica, sono stati trovati ex voto in ceramica, molti dei quali provenienti dalla Grecia, ma anche da Roma antica. Quella stessa Roma, il cui esercito comandato dal dittatore Quinto Fabio Massimo, saccheggiò e distrusse Manduria, nel 209 avanti Cristo, per punirne l’amicizia con Taranto, con la quale questa volta si era alleata, per frenare le mira espansioniste del grande impero partito dalle sponde del fiume Tevere. Saccheggi e distruzione furono anche ad opera delle orde barbariche dei Goti e dei Saraceni, attorno all’Anno Mille, cui seguì, da parte di Ruggiero Normanno, la riedificazione, ma con un altro nome: Casalnuovo. Per il ritorno al nome originale, così come riportato sulla lapide che su Corso XX settembre campeggia sull’Arco di Sant’Angelo detto Porta Napoli, regnante Ferdinando IV di Borbone e patrono San Gregorio Magno, bisognerà attendere il 1789.

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