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Uomini e cani, la pedagogia ecologica

Uomini e cani, la pedagogia ecologica

 
 Dorella Cianci

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Dorella Cianci

Uomini e cani, la pedagogia ecologica

Il sogno americano e il suo esasperato individualismo, anche a scapito dell’ambiente, è stato messo in crisi, già da tempo, dai cani di Jack London (anche se pochi se ne sono accorti)

Domenica 01 Febbraio 2026, 17:22

Il sogno americano e il suo esasperato individualismo, anche a scapito dell’ambiente, è stato messo in crisi, già da tempo, dai cani di Jack London (anche se pochi se ne sono accorti). In più di una conferenza, Obama ha cercato, ai suoi esordi, di evidenziarne la grandezza concettuale e pedagogica, ma poi l’ha messo da parte, catturato da quello stesso mito americano che credeva di smontare. Uno dei più noti e autorevoli studiosi di London, Earle Labor (anche fondatore del museo a lui dedicato), ha scritto che, per l’autore di Zanna Bianca, la narrazione del mondo animale è finalizzata, in particolare, a migliorare la comprensione umana relativamente alla natura. Oggi parliamo di ecopedagogia: Jack London, a tutti gli effetti, può essere considerato un antesignano, forse un po’ insolito, forse decisamente sminuito, ma genuinamente appassionato. Labor, in quanto critico di London, afferma che lo scrittore voleva raccontare il sentire degli animali e non soltanto mostrarli per il loro istinto, ponendoli al centro di una narrazione empatica. London ha saputo mettere in scena la natura e gli animali senza ridurli a metafora, come aveva fatto Esopo, ma presentandoli attraverso la loro quotidianità, in modo da mettere perfino in crisi il presuntuoso antropocentrismo, in atto fin dalla notte dei tempi, che sta avvelenando il pianeta e modificando gli habitat.

Nel 2012, l’Università di Stanford ha pubblicato uno studio che va a evidenziare come l’analisi letteraria di London ruoti intorno all’idea che gli animali non sono il confine fra l’umano e il non-umano. Sempre in questo saggio, si vuole sottolineare che il mondo animale “serve” a London per mettere in crisi la presunta superiorità morale dell’uomo e per mostrare come la civiltà possa essere più crudele e innaturale della natura selvaggia. Quando agli inizi del Novecento ha pubblicato Il richiamo della foresta, il protagonista Buck non è presentato come un uomo travestito da cane, ma è un animale vero e proprio, che apprende attraverso il suo corpo, ricorda tramite le sensazioni. La narrazione di quest’opera procede secondo quella che è stata definita una “logica eto-logica”, che modella la memoria attraverso sensi ancestrali. Buck, dunque, risponde al richiamo della foresta, perché la sua fisicità ha un ordine ben più antico, che va al di là delle leggi morali. È una regressione dell’umano? Certo che no: è un ordine vitale molto più autentico degli uomini. La storia di Buck è una sorta di traiettoria biologica verso quella che Calvino avrebbe chiamato “la memoria del mondo”. Strappato alla comodità domestica e gettato nel Nord selvaggio, Buck non decade, si adatta. Il richiamo dunque, in tal senso, viene a coincidere con una scelta consapevole, che riaffiora in forma di impulsi e di visioni. L’opera di Jack London e il suo rapporto con il mondo animale, e soprattutto con i cani, ci costringe a uscire dal nostro punto di vista stretto, trasformando l’animale in un soggetto autonomo.

Un capitoletto a parte merita la sua denuncia contro la crudeltà spettacolarizzata nei circhi con gli animali. È stato certamente uno dei primi autori moderni a denunciare apertamente la violenza nascosta dietro un’apparenza luccicante. Ad esempio, nel romanzo Michel, Brother of Jerry, del 1917, ha portato il lettore dietro le quinte di un circo itinerante e la descrizione è smagata: qui gli animali non sono dei compagni dell’uomo, ma delle corporeità sfruttate e abusate, senza una vera e propria consapevolezza. In questo caso, Micheal, cane leale e soprattutto intelligente, subisce percosse, privazioni e un assurdo isolamento, soltanto per giovare al profitto degli impresari. In queste pagine la critica si fa amara: il progresso degli uomini è fittizio e non ha superato la barbarie con la civiltà, l’ha soltanto edulcorata e raffinata.

London non ha mai fondato un movimento animalista, ma la sua opera è diventata un punto di riferimento etico e simbolico, anticipando di molti anni l’animalismo moderno. Nel corso del Novecento, e soprattutto agli inizi degli anni ’70, sono nati movimenti americani ispirati alle idee dei romanzi di London; tali gruppi hanno promosso campagne internazionali contro l’uso degli animali nei circhi. In ambito anglosassone, l’autore viene spesso ricordato come una delle prime voci letterarie ad aver smascherato la crudeltà dell’uomo sugli animali, anticipando una coscienza etica, che solo decenni dopo è diventata davvero collettiva. Nel 1908, scrisse un saggio breve, citato negli animal studies, dove ribadì, in maniera più teorica rispetto ai suoi romanzi, che l’uomo è un animale fra gli animali e non una creatura a parte, riprendendo anche alcune esperienze di un reportage della fine dell’Ottocento, in cui aveva notato, guardando al freddo del Nord, che la natura è una forza grandiosa, selettiva solo per esigenza e non per violenza.

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