Lunedì 02 Febbraio 2026 | 07:53

Jack London, scrivere del vagabondo delle stelle è una sfida

Jack London, scrivere del vagabondo delle stelle è una sfida

 
Fulvio Colucci

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Fulvio Colucci

Jack London, scrivere  del vagabondo delle stelle è una sfida

E la sfida va affrontata leggendo i suoi libri. E viaggiando, anche solo con la fantasia: dall’accecante gelo del Klondike al cupo bagliore dei Mari del Sud, passando per la California della Peste Scarlatta, da poco in libreria

Domenica 01 Febbraio 2026, 16:41

Scrivere di Jack London è una sfida. Va affrontata leggendo i suoi libri. E viaggiando, anche solo con la fantasia: dall’accecante gelo del Klondike al cupo bagliore dei Mari del Sud, passando per la California della Peste Scarlatta, da poco in libreria – per i centocinquant’anni dalla nascita dell’autore americano - nella nuova edizione Adelphi. La distopica favola nera di una devastante epidemia datata 2013, mentre trionfava il turbocapitalismo dei «Magnati dell’Industria», raccontata molti anni dopo da un anziano sopravvissuto ad un pugno di giovani, ridotti anche loro allo stato di uomini primitivi dalla crudeltà e dalla barbarie.

Ne ha immaginati, visitati e vissuti di mondi Jack London: passati, presenti (all’alba del ‘900), futuri. La casa editrice ha ripubblicato anche altre due pietre miliari della sua produzione. La prima è la raccolta di racconti Le mille e una morte nelle cui pagine spicca Allestire un fuoco, dedicato all’ottocentesca febbre dell’oro e alle accecanti follie di un cercatore novizio, il chechaquo, finito, col suo cane, nella morsa del gelo in una foresta boreale lungo il fiume Yukon in Canada; racconto amatissimo da Lenin che lo considerava un precipitato del materialismo capitalistico, trasposto in una interessante sceneggiatura televisiva con la voce narrante di Orson Welles (il telefilm è del 1969 ed è disponibile su Youtube). La seconda riproposizione targata Adelphi è Il vagabondo delle stelle, vero capolavoro nella sua essenza di atto d’accusa oscuro, magico, spietato, feroce, tragico, contro la disumana detenzione e, soprattutto, contro la pena di morte. In questo romanzo del 1915, l’ultimo prima della morte, Jack London, mostra una naturale inclinazione verso le vite degli altri, compresa la sua. Nel senso che i personaggi in cui si «reincarna» il protagonista, Darrell Standing, in carcere per omicidio e poi condannato a morte, rappresentano l’immensa geografia storico-sociale dell’esistenza dell’autore. Come certe terre sconfinate, teatro ispirato, fisico e psicologico, di prose memorabili. 

Sì, perché immensa è la mappa sociale disegnata dallo stesso Jack nel suo eterno e inquieto pellegrinaggio esistenziale: «Strillone, studente, operaio, ladro, vagabondo, avventuriero, marinaio, accattone, cercatore d’oro, agitatore politico, e infine scrittore di successo; viaggiatore irrequieto, predicatore innamorato di sé, alcolizzato autodistruttivo.» La paternità dell’elenco appartiene a Goffredo Fofi e all’introduzione di Zanna Bianca pubblicata nel volume Newton Compton che raccoglie romanzi e racconti. 

Il saggista e critico letterario, scomparso un anno fa, solo apparentemente si limita a elencare i mille mestieri dell’autore; a ben guardare, Fofi, traccia in realtà quella mappa che John Griffith London in arte Jack (nato Chaney, nel 1876), figlio non riconosciuto di un astrologo, poi adottato dal commerciante John London, veterano della Guerra di Secessione, seguì con splendore di perla (fu anche pirata delle ostriche nella natia San Francisco) e oscurità di vero «cuore di tenebra» (ma da Joseph Conrad, per citare l’autore del celebre romanzo, lo separavano l’età, lo stile, una differente visione del rapporto uomo-natura: per London centrato sull’energia vitale, per Conrad sulla cupa introspezione). 

Jack London è al centro di un ecosistema letterario complesso. Un ecosistema che trova la sua linfa nel racconto del rapporto controverso tra uomo, animali, natura, attraversato da una energia violenta e straordinaria, vitale sì ma nella quale l’essere umano non è superuomo dominante, non è destinato a prevalere (questo malgrado London si fosse infatuato del filosofo tedesco Friederich Nietzsche). Un ecosistema così complesso che ci fa scomodare i versi di Song of Myself e un altro grande americano, il poeta Walt Whitman: «Mi contraddico? Va bene allora mi contraddico, (Io sono grande, contengo moltitudini.)». Questo è stato London, scrittore di moltitudini: socialista e superomista, amante della Boxe e affiliato a gruppi letterari radicali tanto da essere animalista e antispecista prima del tempo. 

È una sfida scrivere di Jack London, ma è una sfida soprattutto leggerlo. E leggerlo oggi, in tempo di pesti scarlatte virali e belliche, di paesi sotto il Tallone di ferro delle autocrazie e delle democrature travestite da democrazia (pari sono), di socialismi finiti come fossili sotto i ghiacciai di una storia sbagliata. Leggere London è prova durissima. Da affrontare soli con sé stessi, scandagliando gli abissi della coscienza. Nella stessa disperata solitudine dell’autore di Martin Eden, che a centocinquant’anni dalla nascita (e a centodieci dalla morte), ci interroga ancora: l’approdo della nostra vita è la comoda esistenza – dopo mille avventure - del lupo «civilizzato» Zanna Bianca? Oppure scegliamo con coraggio la libertà selvaggia di Buck (il cane che diventa lupo, protagonista de Il richiamo della foresta)? Le pagine dei capolavori di London scavano in noi, producono qualcosa di irripetibile, ci lasciano sospesi tra il fuoco delle caverne e le metropoli moderne dove, però, la legge della giungla è insopprimibile (e irresistibile). Ricordandoci l’unica condizione sopportabile per l’uomo, nell’insensatezza del vivere: farsi vagabondo delle stelle.

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