Rileggendo il racconto breve The Game di Jack London, pubblicato nel 1905, ci sono più momenti in cui il tempo sembra farsi corpo. Il ring diventa un quadrato sospeso, il respiro si misura in secondi, l’amore resta a bordo campo, impotente. Lo scrittore statunitense racconta il pugilato come una questione di ritmo, di resistenza, di destino che avanza col passo implacabile di un metronomo. È forse da questa fisicità scandita, che nasce l’affinità profonda - anche se raramente esplorata - tra lo scrittore americano e la musica.
Da qui ha preso spunto il Concerto per Jack London, il melodramma jazz d’amore e pugilato nato qualche anno fa come libera rilettura di The Game, con la fusione di teatro e musica e artisti di caratura internazionale: Fabrizio Bosso alla tromba e Luciano Biondini alla fisarmonica, l’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna diretta da Roberto Molinelli e un narratore di calibro quale Silvio Castiglioni, curatore di testo e regia.
Un progetto che intreccia teatro e musica, rendendo omaggio allo scrittore statunitense più tradotto al mondo, padre di Zanna Bianca e Il richiamo della foresta, ma anche giornalista, vagabondo, cercatore d’oro, attivista sociale: un autore che ha sempre scritto con il corpo prima ancora che con l’idea.
Nelle sue note, Castiglioni racconta di essere tornato a un racconto di boxe «da sempre amato e lasciato chiuso nel cassetto», ricordando come London fosse stato «un impareggiabile cronista di boxe, quando la boxe era semi clandestina», capace di raccontare anche un grande pugile nero in un’epoca in cui ai neri era proibito combattere. E alle donne persino assistere agli incontri. The Game è una storia di sport, ma soprattutto una vicenda d’amore: quella tra Joe Fleming, pugile al suo ultimo match, e Geneviève, che assiste alla sua disfatta per mano del brutale John Ponta.
La parola di Castiglioni scorre immersa in un flusso musicale che miscela suggestioni originali, cinematografiche e sonore, con riferimenti allo stile di Astor Piazzolla. La tromba di Bosso disegna linee tese, incandescenti, capaci di scatenare un temporale dal nulla; la fisarmonica di Biondini imprime una cifra timbrica melanconica, scavata, che accompagna la caduta e la memoria. Il dialogo tra i due strumenti, sostenuto dagli interventi orchestrali, restituisce a London una dimensione sonora che gli è sorprendentemente congeniale.
Forse perché, come osserva lo stesso Castiglioni, London è nato «dalla stessa palla di fuoco che ha generato il grande jazz»: abbastanza popolare e abbastanza ribelle da non farsi rinchiudere in nessun genere. E come accade nel Nord raccontato dallo scrittore, anche qui le parole contano meno dei fatti. «Quelli del Nord imparano presto la futilità delle parole, l’inestimabile valore dei fatti», scrive nel racconto Il silenzio bianco. Nel Concerto per Jack London quei fatti diventano suono, ritmo, respiro. E continuano a colpire.
















