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Per Jack London navigare fu un'attrazione irresistibile

Per Jack London navigare fu un'attrazione irresistibile

 
Lara Laviola

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Lara Laviola

Per Jack London navigare fu un'attrazione irresistibile

Il mare lo attirava irresistibilmente. Si imbarcò su una nave diretta in Giappone e poi prese parte a spedizioni di caccia alle foche nel Pacifico settentrionale

Domenica 01 Febbraio 2026, 16:46

Jack London fu uno scrittore potente, di quelli che tolgono ogni il dubbio sul fatto che il dio della letteratura soffi dove vuole, e che spesso è più facile che lo faccia su una baleniera che sui corsi di scrittura creativa. 

Questo avventuriero inquieto, nato a San Francisco il 12 gennaio 1876 con il nome di John Griffith Chaney, crebbe in un ambiente segnato dalla precarietà economica e dall’insicurezza. La madre, spesso malata, e il patrigno, da cui prese il cognome London, lottavano per tirare avanti; così il giovane London imparò presto che per lui la sopravvivenza dipendeva dalla forza, dall’ingegno e dalla volontà.

Ancora ragazzo lasciò i banchi di scuola per lavorare in fabbrica, nei porti, nei magazzini. Fu strillone, operaio, pescatore abusivo di ostriche nella baia di San Francisco, membro di piccole bande di marinai di fortuna. A quindici anni comprò una barca scassata e si lanciò in notti rischiose a saccheggiare allevamenti ittici, vivendo una vita al limite che sembrava già uscita da uno dei suoi futuri racconti. Poco dopo, quasi per reazione, entrò nella pattuglia costiera che combatteva proprio quei pirati: una delle tante contraddizioni che costellarono la sua biografia.

Il mare lo attirava irresistibilmente. Si imbarcò su una nave diretta in Giappone e poi prese parte a spedizioni di caccia alle foche nel Pacifico settentrionale. Tornato negli Stati Uniti, vagabondò attraverso il paese viaggiando clandestinamente sui treni merci, condividendo rifugi di fortuna con disoccupati e mendicanti. Quell’America nascosta, fatta di sfruttamento e disperazione, lo colpì profondamente e lo spinse ad avvicinarsi al socialismo, oltre a rafforzare in lui l’idea che la vita fosse una continua lotta per l’esistenza, secondo una lettura personale del darwinismo.

London si formò da autodidatta nelle biblioteche pubbliche leggendo gli scritti di Charles Darwin, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, spesso in versioni divulgative. A 19 anni condensò in un solo anno un corso di scuola superiore di quattro anni ed entrò all’Università della California, a Berkeley. Dopo un anno, nel 1897, lasciò l’università per cercare fortuna nel Klondike, nel gelido nord del Canada, attratto dalla corsa all’oro. Non trovò filoni preziosi, ma incontrò qualcosa di ancora più duraturo: storie, paesaggi, uomini e animali costretti a misurarsi con una natura implacabile. Il freddo estremo, le lunghe notti artiche, la fame e la solitudine si impressero nella sua memoria e diventarono il cuore pulsante di racconti e romanzi che lo avrebbero reso celebre. Tornato malato ma determinato, si impose una disciplina ferrea: scrivere ogni giorno, senza sosta, trasformando l’esperienza in letteratura.

Il successo arrivò rapidamente. Il richiamo della foresta conquistò lettori in tutto il mondo con la storia di Buck, cane strappato alla civiltà e ricondotto all’istinto primordiale. Zanna Bianca esplorò lo stesso confine, ma dal lato opposto: l’addomesticamento, la fiducia, il fragile patto tra uomo e animale. London divenne una star delle lettere americane, uno degli autori più pagati del suo tempo.

Jack London lavorò come corrispondente di guerra nel 1904 per il giornale San Francisco Examiner, spingendosi fino in Asia orientale per seguire la Guerra russogiapponese. Partito per il Giappone, raggiunse poi la Corea e viaggiò con l’esercito giapponese fino al confine con la Manciuria, assistendo e riportando gli eventi di uno dei primi grandi conflitti moderni. Durante questa esperienza fu più volte arrestato dalle autorità giapponesi per la sua attività di reporter, venendo talvolta rilasciato grazie all’intervento di diplomatici americani. Oltre alla guerra in Oriente, London realizzò anche un reportage del terremoto di San Francisco del 1906 e, secondo alcune fonti, seguì attività legate alla Rivoluzione messicana e a figure di spicco dell’epoca.

Eppure dietro la fama si nascondeva un’anima tormentata. Romanzi come Martin Eden rivelano la sua lotta interiore: il desiderio di affermazione individuale, la diffidenza verso la società borghese, il senso di solitudine che nemmeno il successo riusciva a colmare. London alternava momenti di entusiasmo febbrile a periodi di cupa malinconia, aggravati dall’alcol e da problemi di salute cronici. Amava le imprese grandiose: acquistò un grande ranch in California, sognando di trasformarlo in un modello agricolo moderno, e progettò lunghi viaggi per mare su una nave costruita apposta per lui.

Morì nel 1916, a soli quarant’anni, lasciando dietro di sé un alone di mistero e discussioni sulle cause della sua fine. In così poco tempo aveva però scritto decine di libri, racconti, saggi, articoli, costruendo un’opera che ancora oggi affascina per energia e intensità. Jack London rimane l’emblema dello scrittore che ha vissuto ciò che ha raccontato: un uomo in perenne sfida con il mondo, innamorato degli spazi selvaggi, convinto che nella natura e nell’istinto si nasconda una verità primordiale che la civiltà tenta, inutilmente, di addomesticare.

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