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economia reale

Un lucano su due
a rischio povertà

Cresce il Pil ma l'indigenza è radicata in regione

povertà di strada

di PIERO MIOLLA

In Basilicata cresce il Pil, ma la povertà rimane invariata. Il Rapporto Svimez, presentato l’altro ieri a Roma, per la nostra regione ha infatti sottolineato come, a fronte di un aumento del prodotto interno lordo, la povertà resti pressoché invariata. La ricerca, in particolare, ha ripreso i dati Istat del 2015, secondo i quali in Basilicata su 100 individui, 41 sono a rischio di povertà o esclusione sociale: si tratta di una platea di circa 240mila persone, delle quali più di 33mila minori. Sono a rischio povertà 28 individui su 100, mentre 14 si trovano in condizione di grave deprivazione materiale (più di 80 mila, di cui 4.100 minori) e sempre 14 in una situazione di bassa intensità lavorativa. Nella nostra regione 1 famiglia su 4 vive al di sotto della soglia di povertà (con meno di 1.061 euro al mese, cifra stabilita dall’Istat per una famiglia di 2 persone). Inoltre, l’8,4 per cento delle persone vive in situazioni di sovraffollamento abitativo o in abitazioni prive di alcuni servizi e con problematiche strutturali.

Insomma, la fascia di povertà resta alta e possiamo dire che la lunga fase recessiva nella nostra regione abbia inciso pesantemente sulle condizioni economiche e finanziarie delle famiglie, specialmente quelle più numerose. Dall’altro lato, la ripresa economica, che pure c’è stata, non sembra aver inciso sui livelli di povertà che, pur non aumentando, tendono a restare prossimi alla quota raggiunta al culmine della crisi. Basti pensare che in Italia, partendo da valori di poco superiori a 1,5 milioni nella prima metà degli anni duemila, i poveri sono ormai stabilmente intorno ai 4,5 milioni. Di questi oltre 2 milioni nel solo Mezzogiorno. Ancora nel 2016, infatti, come sottolinea la stessa Svimez, circa il 10 per cento dei meridionali risulta in condizione di povertà assoluta contro poco più del 6 nel Centro-Nord: erano rispettivamente il 5 e il 2,4 solo 10 anni prima.

Inoltre l’aumento del reddito disponibile (dell’1,3 per cento nel Mezzogiorno, dell’1 nel resto del Paese) non si è riflesso sui consumi delle famiglie che sono comunque risultati frenati nelle regioni meridionali. Come mai? Forse per la necessità di ricostituire le scorte monetarie, prosciugate negli anni di crisi. Oppure per attese ancora non completamente positive sull’uscita dal ciclo negativo.
Nel complesso del periodo 2008-2016 il calo cumulato dei consumi delle famiglie è stato al Sud pari all’11 per cento, risultando molto più elevato di quello, pur importante, avutosi nel resto del Paese (-2). In particolare, nel Mezzogiorno cresce meno che nel Centro-Nord la spesa alimentare (0,5 per cento rispetto allo 0,7) e quella per abitazioni (0,8 per cento rispetto all’1,3) segnalando il permanere di incertezze e difficoltà sulle capacità di spesa anche future.

Particolarmente ampia è la forbice per la spesa in vestiario e calzature, che diminuisce nel Mezzogiorno del -13,8 per cento, molto più che nel resto del Paese (-1,5). Questa prudenza nella spesa privata del Mezzogiorno riflette il pesante impatto della peggiore crisi dal dopoguerra, rispecchiato nell’ampia caduta dei redditi e dell’occupazione e nello scivolamento di larghe fasce della popolazione in condizioni di povertà assoluta e relativa, che ha provocato una netta riduzione dei consumi delle famiglie meridionali rispetto al resto del Paese.

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