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Rimborsi d’oro per il 118
in 20 sotto inchiesta a Lecce

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di Gianfranco Lattante

LECCE - Numeri e cifre delineano uno scandalo. Più di dieci milioni di euro sarebbero stati riconosciuti indebitamente alle associazioni che operano nella rete del 118. Una ventina le persone che sono indagate per truffa aggravata e che, in gran parte, sono riconducibili alle stesse associazioni che gestiscono le postazioni del servizio di emergenza sanitaria.

Sono i contorni delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio De Donno e condotte dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria.

L’attività investigativa va avanti da più di un anno. È uscita allo scoperto nel 2015, quando i finanzieri hanno bussato alla porta di sedi e uffici delle associazioni per acquisire documentazione relativa a bilanci, contratti, bandi di gara, rimborsi.

Ecco, proprio i rimborsi rappresentano l’elemento più eclatante dell’inchiesta: si parla di dieci milioni di euro (forse addirittura 12) che le associazioni hanno ottenuto in più. Somme che non sarebbero dovute uscire dalle casse della sanità pubblica e che, tuttavia, sono state accreditate alle associazioni. Tanto almeno si va delineando nelle ipotesi di lavoro degli investigatori, che hanno cominciato scavare a partire dal 2008. Come si è giunti a questa cifra? Nel corso delle indagini i finanzieri hanno incrociato una convenzione con la Asl che fissa in 22mila euro il rimborso mensile per ogni postazione del 118. Disposizioni regionali, però, hanno introdotto tetti più bassi. La questione, a breve, potrebbe arrivare anche all’attenzione della Procura della Corte dei conti per valutare eventuali danni erariali.

C’è, poi, un altro filone. Riguarda attività e volontari. Il lavoro degli investigatori è stato agevolato da una serie di esposti. Di recente, poi, si sono aggiunte le dichiarazioni di una ex dipendente di un’associazione che ha gestito una postazione del 118 nel Nord Salento. Al magistrato, ai finanzieri e ai dirigenti dell’Ispettorato del lavoro ha raccontato di infermieri con il doppio lavoro (smontavano dall’Asl e salivano sull’ambulanza); di dipendenti che risultavano in malattia per la Asl ma che lavoravano per le associazioni. Attività che sarebbe stata svolta in nero e retribuita dai 40 ai 50 euro a turno. Dopo la sua denuncia, l’operatrice del soccorso è stata licenziata.

Altro aspetto che i finanzieri stanno approfondendo è quello dei rapporti, in alcuni casi ritenuti troppo stretti, fra i responsabili delle associazioni e alcune agenzie di onoranze funebri.

Ma nelle carte dell’indagine c’è dell’altro. Ombre si addensano anche sulla documentazione sequestrata nelle sedi delle associazioni: fatture sospette, contabilità tenuta in maniera allegra. Carte dalle quali - ed è un altro aspetto all’esame degli investigatori - emerge che le associazioni, più che come onlus, abbiano agito da vere e proprie ditte. Fin qui le ipotesi investigative e i sospetti, che vanno assumendo maggiore consistenza con l’attività di riscontro.

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