Martedì 09 Marzo 2021 | 05:25

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MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI -Per 23 anni si sono scambiate le vite. Una con la sua infanzia difficile in una famiglia che non accettava, l’altra respinta e poi abbandonata - insieme ai fratelli - dalle persone che credeva suo padre e sua madre. Storie che hanno corso parallele fino a quel giorno del 2012 in cui una foto, trovata su Facebook, ha fatto saltar fuori somiglianze incrociate: l’una troppo simile alla sorella dell’altra, a sua volta uguale alla madre della prima, entrambe nate il 22 giugno del 1989 nell’ospedale di Canosa e poi, quasi certamente, scambiate per errore.C’è voluto il test del Dna per chiarire che Antonella Z. era in realtà figlia di Michele C. e Caterina P., e non di Loreta M. e Vito O.: ed ecco perché ora papà Michele e mamma Caterina, insieme ad Antonella e a Francesco, il fratello che non l’ha mai avuta, hanno trascinato in Tribunale la Regione per chiedere un risarcimento da 9 milioni di euro. Tra i più alti mai chiesti in Italia per uno scambio di culle.

Raccontiamo questa vicenda con le iniziali dei cognomi puntate perché dalle carte giudiziarie - la prima udienza, prevista a Trani negli scorsi giorni, è stata rinviata a fine settembre - emergono storie di sofferenza e degrado che difficilmente potranno essere riparate da tutti i soldi del mondo. Lorena, la bimba che Michele e Caterina portano a casa a Trinitapoli ritenendola figlia loro, sentiva forse di non essere nel posto giusto: «non voleva andare a scuola», lamentano i genitori, «il giorno che doveva sostenere gli esami per la patente di guida non si è presentata», poi «ha sempre tenuto nascosto il fidanzamento con un ragazzo che è poi diventato suo marito, ha sposato un uomo con un grado di istruzione molto modesto, appena compiuto il diciottesimo anno di età è andata via di casa». Ma la vita più dura è capitata ad Antonella: sua madre, almeno quella che riteneva tale, «non chiamava quasi mai per nome quella che all’epoca risultava essere sua figlia, ma con parolacce ed epiteti di ogni tipo», «la famiglia era talmente indigente che molto spesso non c’era nulla da mangiare», la ragazza era costretta a dormire insieme al fratello minore, «che sin da piccolissimo era affetto da diabete, durante la notte urinava nel letto che condivideva con Antonella e, nonostante ciò, le lenzuola non venivano cambiare». Quando, sul finire degli anni ‘90, il padre di Antonella va a convivere con una nuova compagna e la madre si trasferisce a Torino, i tre fratelli finiscono prima dai nonni e poi in un istituto: Antonella, picchiata dal padre che la ritiene «responsabile di tale situazione», viene affidata da una famiglia di Foggia che nel 2008 finalmente la adotta. Sono quelli che adesso, lei, considera i suoi veri genitori, perché gli altri non li vede più da ormai 10 anni. Il papà e la madre biologica - scrive il loro avvocato, Salvatore Pasquadibisceglie - «hanno cercato di instaurare un rapporto soddisfacente con la figlia Antonella senza ottenere il risultato sperato»: un tentativo difficile perché lei è animata «da un forte senso di riconoscenza nei confronti dei genitori adottivi».

Casi del genere non possono accadere più, soprattutto grazie alla tecnologia. E quello di Canosa è, guarda caso, uno dei punti nascita oggi disattivati perché troppo piccolo per avere senso medico, prima ancora che economico. Quel giorno di 26 anni fa le due madri erano lì insieme in sala operatoria, per sottoporsi a un cesareo. Cosa sia accaduto dopo, tra il nido e i reparti, nessuno può saperlo. Antonella adesso chiede tre milioni di risarcimento, 2 milioni ciascuno li chiedono la sua vera madre, il suo vero padre e il suo vero fratello. La Regione, dove questa storia ha fatto gelare il sangue a più di qualcuno, si è affidata al professor Giuseppe Miccolis. Sarà un caso difficile, in tutti i sensi.

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