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Contrabbando, dopo 15 anni via al processo Prudentino

Contrabbando, dopo 15 anni via al processo Prudentino

Contrabbando, dopo 15 anni via al processo Prudentino

 
Contrabbando, dopo 15 anni via al processo Prudentino

Giovedì 21 Ottobre 2010, 10:02

02 Febbraio 2016, 22:26

di Giovanni Longo

In Montenegro si erano sicuramente rifugiati numerosi latitanti pugliesi e campani. Ma dall’altra parte dell’Adriatico nessuno di loro era in grado di esercitare alcun potere di assoggettamento e intimidazione. Figurarsi se avessero avuto la possibilità di sedersi attorno ad un tavolo per mettere su il «cartello» ipotizzato dalla Dda. L’ultima delle tre gambe, ovvero il carattere mafioso di latitanti che avrebbero stretto un patto di ferro con politici e amministratori del Montenegro e brokers internazionali per lucrare sul contrabbando di tabacchi lavorati esteri, non ci sarebbe mai stata. Almeno per quanto riguarda Francesco Prudentino, 62 anni, di Villanova di Ostuni. 

Il suo clan, se di clan si può parlare - questa almeno è la tesi difensiva - era attivo nel contrabbando di sigarette, ma non adottava metodi mafiosi. La tesi è stata sostenuta dal suo legale, l’avvocato Lolita Buonfiglio Tanzarella, al termine del processo davanti alla Corte d’Assise di Bari in cui Prudentino, ritenuto un personaggio chiave negli anni d’oro del contrabbando, è accusato di associazione di stampo mafioso. I fatti risalgono alla metà degli anni Novanta. Il rumore degli scafi che trasportavano le «bionde» sulle coste pugliesi è quasi riecheggiato in aula, anche se gli episodi ricostruiti nel processo hanno il sapore di un tempo che fu. Un’epoca lontana anni luce. Oltre tre lustri fa. In aula c’è Prudentino che ha seguito tutte le udienze. 

Nei suoi confronti il pm antimafia Giuseppe Scelsi ha chiesto una condanna, sia pur calcolata in continuazione con una sentenza emessa dalla corte d’Appello di Lecce, a nove anni di reclusione. Chiesta invece l’assoluzione per un omicidio avvenuto a Bar nel 1995 per il quale, invece, si è autoaccusato Benedetto Stano, personaggio di primissimo livello della Scu, da anni collaboratore di giustizia.

Tra il 1996 e il 2000 ogni subconcessionario della licenza di importazione di «bionde» avrebbe inviato in Montenegro 250 tonnellate di sigarette al mese che poi sarebbero entrate illegalmente nell’Unione Europea, attraverso la Puglia. I proventi, miliardi di vecchie lire, secondo la Dda, sarebbero stati riciclati in Svizzera e in paradisi fiscali. L’obiettivo era gestire e controllare con metodi mafiosi «esportati» in Montenegro i traffici illeciti di armi e sigarette per poi rifinanziare il circuito criminale. Dalle indagini della Dia di Bari confluite anche in altri procedimenti, è emerso il coinvolgimento di personaggi di spicco della scu (che su Bari avevano contatti con i clan Parisi e Strisciuglio), della camorra, della mafia, ma anche di esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine montenegrine.

La scorsa settimana le richieste di condanna anche per gli altri imputati (sei anni per Sandro Cuomo, quattro per Giuseppa Pignatelli, sei per Antonio Prudentino, nove per Costantino Sarno, ventuno per Benedetto Stano, sei anni e sei mesi per Aldo Tacchini, nove per Eros Vanini); ieri le arringhe dei difensori che si concluderanno mercoledì prossimo. Subito dopo le repliche la Corte (presidente Vito Savino, giudice a latere Eustacchio Cafaro) si ritirerà in camera di consiglio. A quindici anni dai fatti ipotizzati, a otto dall’inizio del processo.

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