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In Puglia e Basilicata

Il reportage

San Foca, la Tap non va a tutto gas, anzi

San Foca, la Tap non va a tutto gas, anzi

Il gas si ferma in parte in Grecia e Albania, ma a Brindisi trova una strettoia. Non è un'alternativa alle forniture di Putin

29 Aprile 2022

Francesca Borri

Un segno blu sull’asfalto. Come di un gessetto. Dopo anni di scontri e barricate, la TAP a San Foca (Comune di Melendugno) è tutta qui. Non noti altro. I progettisti sono stati di parola: è tutto come prima. Il gasdotto sembra non esserci.
Anche perché in effetti un po’ non c’è. O meglio. C’è. Ma forse non proprio come viene raccontato. Dopo oltre 4mila chilometri, il gas del giacimento di Shah Deniz, in Azerbaijan, approda su questa spiaggia in un tubo di un metro di diametro, più o meno, 36 pollici, e da qui, viene depressurizzato nel Terminale di Ricezione. Otto chilometri più all’interno. Per ripartire in un tubo da 56 pollici. Ma diretto dove? «L’innesto nella rete nazionale è a Massafra. Solo che a Matagiola, vicino Brindisi, il gas trova una strettoia, perché il tubo si riduce a 18 pollici. Circa 46 centimetri», spiega Gianluca Maggiore, portavoce del movimento No TAP. Che non sta citando contro dati, però. O dati segreti. Sta citando i costruttori. Il raddoppio di questo tubo, che è un tubo pre-esistente, di competenza della SNAM, è previsto dall’inizio. E come dice la TAP stessa il 23 aprile 2021, a Bruxelles, all’Unione Europea, attraverso la sua delegata Lavinia Tanase: «Il gas per ora arriva a Brindisi».
Basta guardarsi le mappe SNAM, d’altra parte. Che sono online. Gli 80 chilometri del metanodotto Matagiola-Massafra risultano in cantiere.

Fine dei lavori: 2026.
E secondo le stime dell’Oxford Institute, uno dei più autorevoli centri di ricerca sull’energia, il giacimento di Shah Deniz potrebbe essere agli sgoccioli già nel 2030.
Il gas passa, certo. La TAP è attiva dal 15 novembre 2020. E assicura gas che in questo momento è più essenziale che mai. Che sia consumato al sud o altrove, non importa. Ma quanto gas? Nel 2021 il fabbisogno dell’Italia è stato di 76,1 miliardi di metri cubi. E a sentire Roberto Cingolani, ministro alla Transizione Ecologica, da qui abbiamo avuto 7,2 miliardi di metri cubi. A sentire la TAP, 6,8 miliardi. A sentire il suo managing director, Luca Schieppati, il 22 ottobre 2021, su Sky, 5,6.

E a sentirlo alla fine della trasmissione, 4,6. Perché un po’ di gas va alla Grecia e all’Albania.
Il numero che in questi giorni circola di più, comunque, è un altro ancora: 20. Perché la TAP, si dice, non solo copre il 10% del nostro fabbisogno di gas, ma ha una capacità di 20 miliardi di metri cubi. Come se domani, cioè, fosse possibile aprire di più il rubinetto. E avere subito più gas. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è già andato in Azerbaijan. Ma forse, dovrebbe piuttosto andare a Milano. Alla SNAM.
Poco o molto, però, qui o altrove, per il movimento pro TAP la guerra in Ucraina è ora un’ulteriore conferma che l’investimento è stato giusto. Il Pd Fabiano Amati è quello che ha più duellato con gli ambientalisti. Che bolla come conservatori. Una finta sinistra, dice, che finisce per opporsi al progresso. Ha chiesto al governo di accelerare l’iter per il TAP bis: un secondo gasdotto, che da Israele arriverebbe a Otranto. Perché la priorità è diversificare, dice. «Diversificare non solo rispetto al carbone e al petrolio, ma ai fornitori. La TAP non si limita a coniugare ambiente e sviluppo: è utile alla pace», dice. Importiamo dalla Russia il 47,1% del nostro gas. E finora, a fronte di un miliardo di dollari di armi all’Ucraina, a livello europeo abbiamo pagato a Putin 35 miliardi di dollari di gas e petrolio.

Intanto, però, l’Azerbaijan si è alleato con la Russia.
Il 22 febbraio - due giorni prima dell’inizio della guerra in Ucraina - il presidente dell’Azerbaijan, Aliyev, la cui politica estera è stata ribattezzata «diplomazia del caviale» per i metodi non proprio ortodossi con cui si cerca amici nei giri che contano, ha incontrato Putin, siglando un’intesa in 43 punti. Premesso al punto 4 che i due paesi hanno posizioni simili sulle principali questioni internazionali, il testo al punto 7 impegna le due parti ad astenersi da qualsiasi attività che l’altra, a sua discrezione, possa ritenere lesiva della partnership, e in particolare, punto 25, da qualsiasi attività economica che possa causare all’altra un danno diretto o indiretto.
Se c’è del gas su cui Putin ha voce in capitolo, è proprio quello dell’Azerbaijan. Assente al voto quando l’ONU ha condannato l’attacco all’Ucraina.

Anche per Alessandro Manuelli, l’ingegnere chimico che in questi anni ha «vivisezionato» le carte della TAP, contestandole rigo a rigo, la priorità è diversificare: ma rispetto al gas. Sui cui investimenti di lungo periodo non hanno più senso, dice: né ambientale né economico. «Già oggi, l’energia che costa meno è il fotovoltaico», aggiunge. Circa 40 dollari a megaWatt ora, contro i 56 del gas. «La TAP è costata 45 miliardi di euro. Privati, certo. Ma un impianto fotovoltaico con accumulo di energia costa 4mila euro a kiloWatt picco. Significa che con quella cifra, avresti 11 milioni e 250mila kiloWatt picco, ovvero 2 milioni e 812.500 impianti domestici», dice. «E se poi vai sul PVGIS, che sta per Photovoltaic Geographical Information System, un database che calcola l’irradiazione solare in tutto il mondo, e converti il kiloWatt picco, che è la potenza massima di un impianto, una potenza teorica, nella potenza effettiva che avresti non dico qui, in Salento, che c’è sempre sole, ma diciamo, in Italia centrale, avresti... Avresti 13,5 teraWatt ora di energia l’anno. Il 30% del fabbisogno nazionale», dice, riemergendo da un cumulo di tovaglioli fitti di calcoli. Non è che un conteggio da bar, naturalmente: «Però, insomma: rende l’idea».
E in più, l’energia del fotovoltaico poi è gratuita. «Le multinazionali speculano sulla nostra ansia per la crisi per rilanciare il gas», dice. «Ma lastricando di pannelli solari anche solo il 15% della superficie cementificata dell’Italia, che è di 30mila chilometri quadrati, avremmo l’autonomia energetica».
Senza dimenticare il risparmio energetico. Che alla fine, è l’energia che costa meno di tutte. Per ogni 1% in più di efficienza, è possibile ridurre le importazioni di gas del 2,5%.

«Già chiamarlo “gas naturale” è fuorviante. Perché è una miscela di idrocarburi: un combustibile fossile. Come il carbone e il petrolio. Il gasdotto non si vede, è vero. Ma che ragionamento è? Anche il Covid non si vede. Però si vedono le sue conseguenze», dice Marco Potì, il sindaco di Melendugno, che non ha cambiato idea: e resta contrario alla TAP. Sul cui impatto ambientale espresse parere negativo anche la Regione, in realtà: e ora è in corso un processo, con 19 imputati rinviati a giudizio. «Il gas è climalterante. Sui 10 anni, il suo effetto serra è 70 volte maggiore di quello dell’anidride carbonica. Sui 100 anni, è 20 volte maggiore. E sui 500 anni, è ancora 6 volte maggiore», dice. «Ma l’emergenza ora è l’Ucraina. E all’improvviso, il riscaldamento globale non interessa più a nessuno».
«Pensano che sono questioni complesse: per noi incomprensibili. Che ci basta una bocciofila di ristoro», dice. «Parliamo di democrazia, ma poi nessuno spiega chiaramente quanto gas arriva, e dove va, e soprattutto, quanto costa. Niente». Perché la TAP è un tubo: si limita a trasportare il gas. Il resto, dipende dai distributori. E quindi i prezzi non sono noti. E per i cittadini, è difficile valutare se alla fine, un investimento abbia avuto senso o no. Se la strategia energetica dell’Italia sia lungimirante o no. «Ma una cosa visibile, e certa, c’è», dice. «L’impennata delle bollette».

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