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Bari - «Da gennaio a marzo in Puglia sono stati denunciati all’Inail 5.693 infortuni sul lavoro, 13 di questi mortali. Una media di 63 infortuni al giorno, che spesso significano menomazioni fisiche e traumi psicologici. Un bollettino di guerra che ci dice come la sicurezza del lavoro deve essere, nel Paese come nella nostra regione, una delle priorità delle politiche dal punto di vista legislativo sul versante della prevenzione e formazione». Sono le parole allarmate di Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia, nel giorno dello sciopero generale indetto a Prato dai sindacati confederali per la morte della giovane operaia tessile.

«Non è stato l’unico caso mortale nel Paese, un bollettino tragico che si compone giorno per giorno e reclama misure urgenti, non basta l’indignazione, la presa d’atto - denuncia Gesmundo - I numeri ci servono a inquadrare la dimensione drammatica del fenomeno, ma sempre pensando che sono lo specchio di vite umane distrutte, famiglie devastate e quasi sempre lasciate sole. E non si può nemmeno parlare di emergenza, perché è un trend storico che denuncia come non vi sia proprio culturalmente il rispetto delle persone e del lavoro. Non si può e non si deve morire o subire menomazioni per incuria, per sostenere profitti maggiori, stressando cicli produttivi e persone. Ma al primo punto è che dobbiamo finirla di considerare la sicurezza un costo: la salute di chi lavora non è un costo ma il primo dei diritti».

GLI INFORTUNI IN PUGLIA - «Se i dati del 2020 sono influenzati dall’emergenza sanitaria, basta andare al 2019 per rendersi conto che c’è un trend consolidato e inaccettabile. Le 26.727 denunce di infortunio sul lavoro significano 73 casi al giorno. Con gli infortuni in itinere si arriva a circa 31mila denunce. Gli infortuni mortali nel 2019 sono stati 58 sul lavoro e 16 in itinere. Un morto ogni cinque giorni, nemmeno la più sanguinosa delle guerre di mafia che hanno conosciuto alcuni territori in questo Paese ha mai avuto questi numeri. Perché dobbiamo accettare tutto questo, ogni anno?”, chiede il segretario della Cgil. Sempre nel 2019, gli infortuni accertati con menomazione sono stati 3.496, “quasi dieci al giorno. Numeri che parlano da soli, che denunciano quanto c’è da fare sul versante della sicurezza, che significa prevenzione, formazione, controllo delle istituzioni».

POCHE ISPEZIONI, PIAGA PRECARIATO - «Le percentuali di irregolarità altissime che si registrano, certificate anche per il 2020 dal report dell'Ispettorato nazionale del lavoro, a fronte dell'oggettivamente basso numero di imprese interessate dai controlli, spingono quasi all'impunità e alla violazione delle norme. È allora fondamentale, se non c’è un’azione delle rappresentanze datoriali a spingere su un approccio culturalmente diverso da parte delle imprese, il ruolo dei nostri delegati sindacali per la sicurezza. E anche dove non ci sono serve una presa di coscienza dei lavoratori, sapendo che c’è un limite: in una fase dove prevale il lavoro, spesso si svilupparsi dinamiche perverse, soprattutto in realtà più piccole, dove lo scambio reddito-sicurezza comporta spesso rischi maggiori e incidenti», aggiunge il segretario generale della Cgil Puglia. Nel 2020, dati INL, tra ispezioni e verifiche le aziende in Puglia interessate da controlli sono state 8.794 e quelle risultate non in regole sono state 5.127, il 66,65%. Oltre la media il settore dell’edilizia, con il 72% delle irregolarità. I lavoratori interessati dalle ispezioni sono stati 5.217, e ben 2.119 sono risultati in nero, con oltre mille nel solo terziario. Delle 1.650 violazioni relative alla sicurezza, 917 sono relative all’edilizia. “Quasi un incentivo a violare le norme. Possiamo solo immaginare in che modo siano state rispettate le normative sulla prevenzione del Covid-19 in questo scenario descritto dai numeri, in un territorio dove prevale la dimensione piccola delle attività”, commenta il segretario della Cgil Puglia.

«Come Cgil siamo fortemente impegnati in ogni categoria con attività di formazione degli Rls, che devono conoscere le norme e l'organizzazione produttiva dei luoghi di lavoro, per individuare criticità e soluzioni possibili che mettano al riparo l'integrità di chi lavora. Prevenzione e formazione e partecipazione dei lavoratori sono le strade da seguire per fermare questa guerra. Di contro è evidente che vanno adeguati gli organici degli organismi ispettivi, dalle Asl all’Inps, ridotti all’osso per territori vasti e per il numero di imprese. Al punto che con questi dati un’azienda, a meno che non vi siano segnalazioni, ha la possibilità di ricevere un controllo ogni undici anni. Tutto questo è inaccettabile e se sarà necessario mettere in campo iniziative di sensibilizzazione e mobilitazione la Cgil è pronta».

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