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Raffaele Fitto tra la Puglia e l’Europa. È una partita doppia quella che l’ex governatore e ministro salentino gioca nei mesi della pandemia, sospeso tra il fronte continentale (è capogruppo dei conservatori a Bruxelles) e la sfida delle Regionali con Giorgia Meloni, leader di FdI, che lo ha incoronato candidato di coalizione sulla scia dell’accordo nazionale di dicembre. Fronti diversi, dunque, e registri diversi. Sull’Europa Fitto va come un treno, determinato a smontare le orchestre europeiste che suonano ininterrotte da giorni. Sulla Puglia, invece, la parola d’ordine è prudenza dopo che la Lega ha lanciato Nuccio Altieri, ex fittiano, come candidato alla presidenza. Una contesa scivolosa, affidata alla alchimie del tavolo nazionale che in prima battuta dovrebbe riunirsi oggi, seppur a pranzo, dopo la manifestazione romana del centrodestra.

Raffaele Fitto, non ci giriamo intorno: la Meloni l’ha candidata ma la Lega oppone il nome di Altieri e lancia una bozza di programma. Come va a finire?

«Nei mesi scorsi ho dato la mia disponibilità a scendere in campo. Ho degli obiettivi molto precisi: cambiare il governo regionale, giocare la partita con una coalizione unita, offrire il massimo dell’impegno. Stop. Il ruolo, poi, è intercambiabile».

In altri termini?

«Il centrodestra sa che io sono a disposizione e, nel merito, decide il tavolo romano. Quello che sarà stabilito lì avrà la mia approvazione a prescindere. Sono pronto a lavorare da candidato o ad affiancare chi si candiderà. L’ho detto dall’inizio».

Si è ipotizzata la possibilità di un ticket tra lei e Altieri. Una eventualità percorribile?

«Vale quanto detto prima, non entro nemmeno nella valutazione di queste dinamiche»

Però c’è anche il risvolto opposto della medaglia. A furia di tirar la corda il centrodestra potrebbe «spezzarsi» e correre diviso?

«Assolutamente no. La coalizione sarà unita, non voglio perdere un secondo di tempo a commentare l’ipotesi di una spaccatura».

Le prove di unità sono affidate anche alla manifestazione di oggi?

«In realtà la coalizione non ha mai smesso di camminare unita. Ogni movimento gioca la propria partita, è ovvio, qui come a livello nazionale, ma il centrodestra c’è. Oggi sarò a Lecce prima in Prefettura, poi in piazza. Serve un cambio di passo. L’Italia ha bisogno di un governo legittimato per affrontare le sfide cruciali, a cominciare da quella europea».

Ecco, a proposito di Europa. Il piano proposto dalla Commissione, il Next Generation, è stato accolto in Italia con tono trionfalistici. È davvero un grande passo in avanti?

«Vorrei attenermi ai fatti. Il primo: da quando è iniziata la pandemia siamo stati sepolti da una valanga di belle parole ma non è arrivato nemmeno un soldo. E questo mi sembra particolarmente grave in un contesto in cui la tempestività è tutto».

Si dice: i soldi arriveranno.

«Davvero? Sono previsti 11 miliardi nel 2020 da dividere fra gli Stati. Nella più rosea delle prospettive all’Italia dovrebbero spettarne 2,5 da qui al 31 dicembre. Mentre i famosi 82 a fondo perduto saranno spalmati su 7 anni. E questo ammesso e non concesso che in Consiglio europeo tutto fili liscio».

Poi c’è il problema dei contenuti. I paletti della Commissione su green economy e digitale davvero favoriscono le economie del Nord?

«Prendiamo il Just Transition, primo assaggio del Green Deal: all’Italia vanno meno soldi di tutti e i criteri rigidi escludono la possibilità di intervenire su casi cruciali come Brindisi o Taranto. Se continuerà a dominare la logica pre-Covid non andremo da nessuna parte»

La vulgata racconta che siano i sovranisti i principali nemici dell’accordo.

«Chi si oppone all’accordo sono i Paesi frugali: Austria, Olanda, Svezia e Danimarca. Ebbene, in nessuno di questi Paesi governano i sovranisti».

Quindi la morale qual è?

«La morale è che ci fanno lezione di europeismo proprio quelle culture politiche cui appartengono i governi che vogliono far saltare l’accordo. È assurdo. Certo, anche nel gruppo che io presiedo ci sono ad esempio colleghi olandesi contrari al piano. Ma nei loro Paesi sono all’opposizione, non al governo. Chi parlerà al governo sono i primi ministri come quello austriaco, popolare, o quello svedese, progressista».

Però ammetterà che i «frugali» saranno pure antipatici ma su una cosa hanno ragione: l’Italia spende male i fondi europei o, peggio, non li spede proprio.

«Questo purtroppo è vero e in Puglia ne abbiamo un nefasto esempio. Di 7,1 miliardi di fondi della programmazione 2014-20 abbiamo speso meno della metà delle risorse. C’è il disastro del Psr con la Puglia che, ultima fra le Regioni, di 1,6 miliardi ne ha speso un terzo nel caos dei ricorsi. E che dire del fondo di Sviluppo e Coesione di cui è stato speso appena il 2,3%? Non sono numeri miei ma della Ragioneria generale dello Stato. E sono cifre che parlano anche al di là dei confini regionali».

E cosa dicono?

«Dicono che questo genere di condotta è un danno non solo per i cittadini pugliesi, le principali vittime, ma anche per l’Italia intera che perde sistematicamente in credibilità. Una ragione in più per cambiare rotta in Puglia».

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