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Crisi «Gazzetta», stipendi a rischio ma spunta il giallo dei 4,5 milioni

C'è grande attesa tra i dipendenti: nei giorni 4 e 8 giugno si terranno le udienze sulle richieste della Procura. Intanto si programma il futuro per il dopo fallimento

Crisi «Gazzetta», stipendi a rischio ma spunta il giallo dei 4,5 milioni

S’aggrava ancora la vertenza della Gazzetta, su cui pende la richiesta di fallimento presentata dalla procura di Bari. A giorni si pronunceranno i giudici. Il Cdr in una nota riferisce che sono a rischio gli stipendi il cui pagamento era fissato per il 10 giugno. Intanto, fa strada l’idea della Gazzetta bene culturale, già prospettata dalla soprintendente archivistica. Una lettera in tale direzione da parte dell’Accademia Pugliese delle Scienze.

Di seguito la nota del Cdr della Gazzetta

Cari Lettori, ci sono incubi che non finiscono mai, appunto come quello che stiamo vivendo alla Gazzetta del Mezzogiorno e che, col passare del tempo, sembra trasformarsi in un copione degno di un film del terrore.
Le nostre vicende ormai sono note a tutti e mentre nelle poche ore che ci separano dalle distinte udienze prefallimentari per le società Mediterranea ed Edisud si susseguono riunioni a ripetizione che ci vedono impegnati nella costituzione di una cooperativa dei giornalisti, le cattive notizie continuano a fioccare.

Abbiamo infatti appreso che, nonostante i crediti già esistenti, con ogni buona probabilità il nostro lavoro dell’ultimo mese non verrà retribuito, così come probabilmente anche quello delle settimane a venire, nell’attesa che l’iter giudiziario ipotizzato dalla Procura prenda corpo, eventualmente anche con la nomina di un amministratore da parte del Tribunale. E il motivo è presto detto: le casse della società sono incapienti, non perché il giornale non si venda in edicola o perché gli inserzionisti ci abbiano abbandonati, anzi, tutt’altro.

Il reale problema è che la società Mediterranea – «figlia» di Edisud e incaricata della raccolta pubblicitaria per la Gazzetta – da alcune settimane ha smesso di girare al quotidiano i proventi della pubblicità. Una decisione assunta dal suo presidente e direttore commerciale, l’immarcescibile Franco Capparelli, magari anche legittima tecnicamente, ma al contempo dalle conseguenze paradossali. Infatti, pendendo una richiesta di fallimento in capo alla stessa Mediterranea (della quale non è stato approvato il bilancio consuntivo 2018), al fine di evitare di incorrere in pagamenti preferenziali, le risorse devono rimanere in cassa; il paradosso è però che molte delle inserzioni pubblicitarie raccolte dalla stessa società erano giunte solo grazie all’appello dei giornalisti alle forze economiche pugliesi. In altre parole, quelle risorse che erano state investite per garantire la sopravvivenza del giornale e il pagamento degli stipendi, oggi vengono destinate a strade differenti.

E all’improvviso davanti ai nostri occhi tornano a scorrere i fotogrammi di un film già visto – e vissuto – all’indomani del sequestro disposto nel 2018 dai magistrati siciliani, quando tutti i giornalisti e buona parte dei lavoratori poligrafici (a quanto pare vi furono eccezioni e non sappiamo se la cosa si ripeterà anche adesso) lavorarono per tre mesi senza percepire stipendio. Il tutto mentre il citato Capparelli, col sostegno dei suoi pretoriani, sosteneva che le poche risorse disponibili dovessero essere impiegate esclusivamente per pagare i «fornitori strategici». Che ovviamente non erano i dipendenti, tutt’oggi in credito nei confronti della Edisud per svariate migliaia di euro a testa.
Intendiamoci subito, i giornalisti della Gazzetta non si arrendono e se da una parte continueranno a fare di tutto per garantire l’appuntamento quotidiano in edicola con Voi lettori, dall’altra non nutrono dubbi nei confronti dell’operato della Magistratura e quest’ultima non è certo una frase fatta. C’è una indagine della Procura di Bari sulle cause del dissesto aziendale, per ora senza indagati. Vogliamo pensare che questo sia un periodo di turbolenza normale, viste le circostanze, e che possa quanto prima intervenire un serio e rigoroso esercizio provvisorio fallimentare sotto il controllo dell'autorità giudiziaria.

Tuttavia, in quei fotogrammi che tanto assomigliano a un sinistro replay, scorrono immagini che ci auguriamo qualcuno ci aiuterà a chiarire in tutte le sedi: ad esempio, ci tornano alla mente le riunioni nelle quali il consigliere d’amministrazione Claudio Sonzogno – nominato da quel Valter Mainetti socio di minoranza ritiratosi dal concordato - si metteva le mani alle orecchie per non sentire le nostre contestazioni sugli sprechi e sulle assurde situazioni gestionali del passato che costruttivamente gli venivano evidenziate affinché prendesse provvedimenti; e ci tormentano i silenzi dietro i quali gli amministratori succedutisi nella società si sono sempre trincerati ogni volta che chiedevamo loro come fosse possibile che i bilanci della Edisud fossero gravati da una spesa che appariva esorbitante per generici «servizi» (quali poi, consulenze? viaggi e rimborsi? gratifiche ad personam? e a chi?), pari a 4,5 milioni di euro cioé quasi un terzo del fatturato e cresciuta in misura maggiore proprio durante la gestione Capparelli. Che sarà ricordato per aver creato un nucleo di fedelissimi, tali da apparire disponibili nei suoi confronti anche dopo la sua rimozione dalla Edisud; ma anche per aver appesantito le finanze aziendali con i costi di consulenti che saranno ricordati per il colore di sgargianti bretelle, per il noleggio di lussuosi suv e per i loro benefit come il pagamento del fitto di casa o l’uso di beni e strumenti aziendali.

Quanto l’opera da loro prestata sia stata poi effettivamente indispensabile alla causa del giornale, in un momento in cui gli stipendi dei lavoratori venivano sottoposti a pesanti tagli, resta comunque un interrogativo tutto da chiarire. Così come ci riesce difficile capire perché tra queste figure professionali ci sia chi, giunto al seguito di Capparelli addirittura dal Nord, continui tutt’ora a vedersi garantiti mensilmente i propri privilegi senza subire le stesse mortificanti restrizioni imposte ai dipendenti.

Evidentemente è più facile scaricare i problemi sul costo del lavoro giornalistico e poligrafico, piuttosto che chiudere altri rubinetti.

In questa fase così complicata e bollente, ci auguriamo quindi che vengano eliminate tutte le opacità e le zone d’ombra che caratterizzano da tempo la nostra vicenda, ovviamente augurandoci che tutti i timori e sospetti vengano dissipati o che si dimostrino infondati. A condizione, però, che venga data risposta a tutte le domande che non ci stanchiamo di porre da anni. E che se delle responsabilità, quali che siano, verranno individuate, ne venga anche presentato il conto a chi non ha saputo o non ha voluto – non sta a noi dirlo – svolgere il proprio ruolo fino in fondo; a chi, invece di lavorare davvero per il rilancio del giornale e per incrementarne gli utili, ha preferito fare esclusivo ricorso alla politica dei tagli incondizionati, ottenendo risultati che fanno riflettere sulla adeguatezza delle proprie capacità manageriali.

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