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Lupi e cinghiali a spasso: è allarme in Puglia

Nuovo incubo: tutto su danni, pericoli, paure e rimedi

Lupi e cinghiali a spasso: è allarme in Puglia

Sono tornati ad agitare le notti dei pugliesi. E sono tanti. Quanti? Difficile saperlo. Ormai lupi (alcune centinaia) e cinghiali (diverse migliaia) in Puglia fanno parte dello stesso mosaico. I primi infatti tengono sotto controllo i secondi attraverso la catena alimentare: gli esperti hanno stabilito che la dieta del lupo di casa nostra è fatta al 50 per cento da cinghiali, per la parte restante da altri animali domestici. Ma i tassi di riproduzione dei cinghiali sono così elevati (una scrofa può partorire anche 10 cuccioli alla volta e in un anno lo fa almeno due volte) che i lupi - si riproducono più lentamente - non riescono a ristabilire l'equilibrio ecologico previsto: un predatore in un anno può anche prelevare 200 cinghiali per la sua alimentazione. Cosi entrambi creano danni all'agricoltura e alla zootecnia.

Come si è arrivati a questa situazione ormai difficile da gestire?
Tutto inizia alla fine degli anni Novanta quando si sceglie la strada della reintroduzione dei cinghiali per venire incontro alle richieste dei cacciatori. Animali presi dall’Est Europa, con caratteristiche diverse da quelli autoctoni (pesano massimo 40 kg e partoriscono una volta l’anno) sono stati liberati nei nostri territori, forse senza pensare alle conseguenze a lungo termine. Il programma d’intervento evidentemente è sfuggito di mano. I cambiamenti climatici, l’habitat favorevole dei parchi del Gargano e dell’Alta Murgia, delle aree protette Costa Otranto, San Mara di Leuca, bosco Tricase, insieme con le abitudini metropolitane difficili da eliminare, hanno fatto il resto. Se i cinghiali lasciano i boschi e scendono in città, la colpa è dei cittadini che abbandonano i rifiuti lì, dove capita, senza rispettare orari e tempi di conferimento. Il rione San Paolo del capoluogo pugliese è l’esempio emblematico.

Cosa si può fare?
Giampiero Sammuri è il presidente nazionale di Federparchi. E ha le idee chiare: «Per i cinghiali si può parlare di una vera e propria invasione in tutta Italia dalle proporzioni allarmanti. Si deve intervenire con catture e abbattimenti. E’ l’unico metodo efficace per gestire il fenomeno, accompagnato da una campagna di sensibilizzazione nelle città legata alla raccolta dei rifiuti. Una volta ridotta la densità dei cinghiali, inevitabilmente si avrà una riduzione dei lupi, che è bene ricordare, in Italia è un animale protetto».

A chi tocca intervenire?
All’interno dei parchi alle autorità che li gestiscono, all’esterno alle Regioni, perché i cinghiali si spostano. Un esempio. Negli anni Cinquanta i cinghiali vennero introdotti nelle isole che danno vita oggi al parco dell’arcipelago toscano. Un superficie che è un quinto di quella del parco dell’alta Murgia. Ebbene in un anno, per arginare il fenomeno, siamo arrivati a contare 1.200 cinghiali fra catture e abbattimenti.

Anche il lupo va a spasso…
Certo, Ma con questo animale esiste una storica convivenza degli allevatori. In Abruzzo, ad esempio, vengono attuate strategie mirate proprio per limitare i danni del lupo. Si potrebbero mutuare anche in Puglia. Dal modo di condurre il gregge, all’impiego diffuso di reti elettrificate, all’utilizzo di cani particolari.

Poi c’è il problema degli indennizzi. La burocrazia non aiuta certo gli allevatori. Lei cosa pensa a proposito?
Delle volte si perde tempo su inutili disquisizioni, del tipo: chi ha provocato il danno? Il lupo, il cane selvatico, gli ibridi frutto di accoppiamenti tra cani e lupi. All’allevatore poco importa. Se ha avuto un danno, va risarcito. Nei tempi giusti. Bisogna essere meno rigidi sull’identificazione dei soggetti autori delle razzie e più celeri nei rimborsi. Che devono essere congruii. Michele Ferrandino, presidente della Cia di Capitanata ha ricordato come ci sia chi per 25 capi abbattuti, di cui 14 adulti, abbia ricevuto dopo 80 giorni un indennizzo di 210 euro:«Per molti allevatori non conviene neanche preparare la documentazione. A fine agosto, in una masseria tra Villa Castelli e Martina Franca, in località Trazzonara nel Tarantino, 40 pecore da latte sono state sbranate». La cronaca registra anche attacchi intensificati alle capre di razza Garganica, ai puledri murgesi, agli asini di Martina Franca. C’è i rischio di una profonda incisione sul patrimonio genetico di queste due ultime razze. E il lupo è stato segnalato anche nel profondo Salento, da dove era scomparso cento anni fa.

Giuseppe Corriero è un professore universitario. Dal 2006 coordina, tra l’altro, un gruppo di ricerca che monitora le popolazioni di lupi e cinghiali nel parco del Gargano e in quello dell’Alta Murgia. Ci tiene a chiarie subito un aspetto: «Non ci sono tracce di attacchi spontanei di lupi e cinghiali all’uomo. Reagiscono solo se si sentono in pericolo. Quindi, non bisogna provocarli. Quanto agli incidenti stradali, gli animali abbandonati ne creano molti più ogni anno. C’è una revisione del fenomeno esagerata, che trasforma questi animali in mostri e non aiuta a sviluppare la giusta consapevolezza. Non siamo di fronte a tigri che divorano le persone. Se non vogliamo vivere in un mondo animale sterilizzato - i cinghiali hanno una riproduttività abnorme e non si possono certo sterminare - dobbiamo fare i conti con questo problema, controllarlo il più possibile, imparare a conviverci limitando i danni».

Come?
La cattura e l’abbattimento dei cinghiali rappresentano una strada da percorrere quando si verificano problemi di incolumità pubblica, danni alle colture e all’ambiente. Io chiederei alla Regione di introdurre in tempi rapidi la possibilità di allestire aree di macellazione del cinghiale al di fuori delle aree protette e delle città. Qui la caccia non deve entrare, non siamo ai tempi di Buffalo Bill.

La cattura ha un senso?
Certo. Solo a Bari, l’anno scorso, in 150 giorni lavorativi abbiamo intrappolato 97 cinghiali, poi rilasciati all’interno di apposite aree recintate

Le proporzioni del fenomeno nella regione?
In Puglia non siamo ancora all’invasione: in Liguria hanno censito 20mila cinghiali, dieci anni fa in Germania Ovest si contavano 700mila animali. Da noi è difficile fare i conti, nessuno ha la sfera di cristallo. Né hanno senso le stime sulla base dei danni riscontrati. Ritengo sia corretto però parlare di diverse migliaia di esemplari.

Per i lupi, invece?
La presenza è più ridotta, il problema è decisamente minore. Direi, alcune centinaia. Si dovrebbe istituire un tavolo tecnico con politici, esperti della comunità scientifica, del settore zootecnico e della conservazione. Esistono comunque dei sistemi in grado di mitigare la presenza del lupo, sui quali stiamo già lavorando.

Ad esempio?
La promozione e il recupero di cani pastore, appositamente addestrati per allontanare il lupo. Un rimedio efficace, non al 100 per cento, con dei costi. Qui dovrebbe intervenire la politica, pensando a sussidi e incentivi.

Lo scenario non è dei migliori?
In Puglia la fauna selvatica non è mai stata molto diffusa. Ma tutto cambia, si evolve. Lo sciacallo dorato arriva dall’Est e finora si è fermato in Friuli. Si nutre di zootecnia agricola e dove attecchisce crea danni incredibili. Noi abbiamo qui già gli storni che distruggono la produzione di olive e le piazzole, i cormorani che divorano i pesci negli impianti di acquacoltura a Lesina, i parrocchetti monaci (pappagallini verdi) che fanno razzia di mandorle.
Danni quantificati dalla Coldiretti in 11 milioni di euro l’anno.
Intanto, dal parco dell’Alta Murgia arriva la necessità di un’azione di contenimento mirata dei cinghiali. Una strategia condivisa e concordata con Anci, Federparchi, Ispra e conferenza Stato-Regioni. Cinque i punti di intervento nell’area protetta e nell’area contigua al parco. Si parte con la richiesta di accelerare la procedura, da parte della Regione, della regolamentazione della caccia attraverso «una modulazione della pressione venatoria sul cinghiale in funzione delle popolazioni presenti». Poi si punta ad una armonizzazione ed ad un coordinamento adeguati degli interventi, sempre rispettando le leggi in materia, per passare ad azioni urgenti di contenimento della specie come avviene in altre zone d’Italia, senza dimenticare però le caratteristiche del nostro territorio. Infine è richiesto il coinvolgimento degli agricoltori per individuare, segnalare e eventualmente catturare i cinghiali per finire all’istituzione di aree protette da parte della Regione «per l’attivazione di filiere corte volte alla valorizzazione e certificazione delle carni da cinghiale nella ristorazione e trasformazione locale, con la certificazione delle Asl e dei nuovi modelli di macellazione che permettano di contenere gli effetti legati alle condizioni post cattura».

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