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Il racconto di Casillo

Giustizia svenduta, il re del grano: «mi chiesero un milione per uscire dal carcere». Poi fu assolto

Nel 2006 l'allora pm Savasta ottenere dal gip Nardi l'arresto dell'imprenditore e dei suoi fratelli: furono tutti assolti

Giustizia svenduta, il re del grano: «mi chiesero un milione per uscire dal carcere»

BARI - Un avvocato che «costava un milione di euro». Cioè 250mila euro per ciascuno dei quattro fratelli Casillo, finiti in carcere nel 2006 per la vicenda del grano contaminato dall’ocratossina. Una indagine enorme, condotta dall’ex pm di Trani Antonio Savasta e in cui gli arresti erano stati disposti dall’ex gip Michele Nardi, e conclusa sei anni dopo con l’assoluzione piena. Anche questa storia è finita tra le carte dell’inchiesta di Lecce su Nardi e Savasta. A raccontarla, in un verbale di febbraio, è Francesco Casillo, il re del grano, che ha ammesso di aver pagato non meno di 400mila euro per uscire dal carcere insieme ai suoi fratelli. E ha giurato di averlo saputo solo a cose fatte.

«ABBIAMO PAGATO»

«Proprio mentre si celebrava l’udienza - è il racconto di Francesco Casillo -, chiesi a Savasta se non fosse opportuno chiedere direttamente l’assoluzione e lui non rispose. La stessa mia perplessità la esternai a mio fratello Pasquale il quale, letteralmente sorprendendomi, mi disse testualmente che Savasta non avrebbe mai potuto chiedere la mia assoluzione perché in precedenza vi era stata una richiesta di denaro da parte sua, alla quale la mia famiglia era stata costretta ad aderire».

La storia non ha portato a imputazioni di alcun tipo nei confronti delle persone coinvolte, ma viene ritenuta veritiera. Essendo passati più di 10 anni, gli eventuali reati sarebbero infatti prescritti. La Procura di Lecce ha tuttavia ritenuto i fatti interessanti per provare il «clima» del Tribunale di Trani, dove - in base alle numerose denunce ricevute dopo l’arresto di Nardi e Savasta - altre persone avrebbero detto di aver pagato per risolvere problemi giudiziari.

«I DUE AVVOCATI»

Francesco Casillo venne arrestato il 10 gennaio 2006 per il grano contaminato, e il giorno successivo riceve una seconda ordinanza di custodia cautelare per lo spietramento della Murgia (il processo si è chiuso in primo grado con la prescrizione). «Mentre ero in carcere, immediatamente dopo il mio arresto - mette a verbale Francesco Casillo davanti ai carabinieri -, Enzo Perrone venne avvicinato da Antonio Longo, capo di una cooperativa di vigilanza privata e che per quanto mi è dato a sapere era molto amico di Savasta e Nardi.

Costui anticipò al Perrone che il giorno seguente sarebbero stati arrestati tutti gli altri miei fratelli e gli suggerì di rivolgersi immediatamente agli avvocati Miranda Vincenzo di Trani e Domenico Tandoi di Corato i quali avevano rapporti con i due predetti magistrati».

Casillo racconta che il giorno successivo i suoi fratelli vennero effettivamente arrestati: «Mi ha riferito Perrone che lui si recò subito da Miranda, a distanza di qualche ora dalle misure restrittive, e chiese come doveva comportarsi. Miranda gli rispose che lui costava un milione di euro e Enzo non intuì subito a cosa si riferisse. Alle sue legittime richieste di chiarimenti, Miranda affermò che erano necessari 250mila euro a fratello aggiungendo che il suo potere contrattuale gli avrebbe consentito di dare a breve un segnale, ovvero la liberazione di mia sorella che poi in effetti è avvenuta. Enzo, alle richieste del Miranda, contattò subito mio padre con il quale reperì la cifra di 400mila euro che consegnò in diverse tranche ed in diversi momenti al Miranda. Queste ultime circostanze naturalmente le ho apprese direttamente da Enzo Perrone che, con non poche difficoltà, me le ha raccontate».

L’AMICO DI FAMIGLIA

I carabinieri di Barletta hanno sentito anche Enzo, al secolo Vincenzo Perrone, 46 anni, figlio dell’ex senatore Luigi Perrone. L’imprenditore ha sostanzialmente confermato la storia aggiungendo particolari agghiaccianti. Dopo l’arresto di Pasquale, dice, «chiamai telefonicamente Miranda. Una volta incontratolo gli chiesi come dovevo comportarmi e lui per tutta risposta mi disse che il suo onorario costava un milione di euro che, sostanzialmente, corrispondevano a 250mila euro a fratello. Mi disse proprio così».

Perrone a quel punto gira la richiesta a Vincenzo Casillo, padre dei fratelli, e apre una mediazione con l’avvocato, chiedendo un «segnale»: «Lui (l’avvocato, ndr) mi rispose che trovava il modo per far scarcerare Cardenia, dandoci così un segnale su quanto era in grado di fare. In effetti Casillo Cardenia venne scarcerata di li a qualche ora e la mattina dopo mi recai nuovamente dal Miranda al quale consegnai una importante cifra di denaro che avevo ricevuto poco prima da Vincenzo e che ora non ricordo a quanto ammontasse, rassicurandolo sul fatto che stavamo recuperando gli altri soldi. Il denaro era custodito in una busta di carta chiusa ed erano parecchie migliaia di euro, non so dirvi esattamente quanti».

«La mattina del giorno 11 gennaio 2006 - prosegue il racconto di Enzo Perrone - ho consegnato l’altro denaro a Miranda ed il pomeriggio dello stesso giorno sono stati scarcerati sia Pasquale che Beniamino che furono ammessi agli arresti domiciliari per altre due settimane se non ricordo male. (...) Vincenzo Casillo si impegnò e riuscì a recuperare la cifra di 400mila euro che ho recapitato in diverse tranche e nel giro di una decina di giorni al Miranda. L’ultima tranche l’ho versata il giorno prima che venisse scarcerato Francesco. Miranda si lamentò perché non stavamo mantenendo i patti ed io riferii che non avevo più la possibilità di accontentarlo per quanto riferitomi dal Vincenzo Casillo.

Il giorno in cui Francesco è uscito, siamo andati a prenderlo io Beniamino e Pasquale e dopo essere rimasto vicino a loro ancora una decina di giorni dopo mi sono dedicato alla mia attività. So per certo che Pasquale Casillo ha corrisposto in seguito, sia all’avvocato Miranda che al Tandoi, la cifra di 75mila cadauno a titolo di onorario dagli stessi legali richiesti. Mi consta che sia stata anche emessa fattura da parte dei due avvocati».

«400MILA EURO»
«Sostanzialmente - è la chiosa di Francesco Casillo - io sono rimasto recluso il tempo necessario a mio padre ed a Enzo Perrone di reperire e recapitare la cifra di 400mila euro al Miranda. Da mio fratello Pasquale ho saputo solo che abbiamo pagato e non ha aggiunto altro, anche per non aprire una ferita che ha segnato indelebilmente la nostra esistenza». La vicenda era già nota, per essere stata raccontata dallo stesso Casillo in una intervista a «Repubblica». Ma davanti ai carabinieri, il re del grano aggiunge un altro tassello al racconto: Savasta gli avrebbe imposto di chiedere il patteggiamento (poi respinto dal gip).

«Se non avessi richiesto il patteggiamento, lui avrebbe chiamato tutte le banche per far chiudere i conti alle nostre aziende, avrebbe chiamato il Gico della Gdf per far controllare la nostra azienda e farla rivoltare come un calzino e (...) avrebbe aggiunto altri capi di imputazione in modo da celebrare il processo in corte d’Assise». E non basta. Francesco Casillo racconta ancora che «prima dell’inizio dell’udienza preliminare fui avvicinato da D’Introno Vincenzo padre di Flavio d’Introno. Costui mi venne a trovare in azienda e dopo esserci appartati, mi disse che potevo risolvere il mio processo "pagando" grazie alla sua intercessione. Lo minacciai che se avesse continuato a chiedermi una cosa del genere l’avrei fatto arrestare».

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