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BARI - Cosa c’è di meglio di un caffè? Attorno ad una tazza di caffè si chiacchiera, si discute, si crea consenso. Così il caffè Politi invade il Salento. E, uno dopo l’altro, si aprono bar col brand Politi. Sta diventando la miscela più servita da queste parti. Stranamente il brand di successo ha lo stesso cognome di Saulle Politi, uno dei punti di riferimento della Sacra corona unita, oggi in carcere, per il quale la Procura di Lecce ha chiesto 20 anni di carcere e la «Politi caffè» di Monteroni, impresa di commercio all’ingrosso di caffè, è stata sequestrata dai carabinieri durante l’operazione Labirinto. Nonostante tutto, il caffè Politi va alla grande, si diffonde a macchia d’olio. Deve essere buonissimo.

La Quarta mafia, la più giovane, cambia. Si trasforma. Indossa la giacca e la cravatta per sedersi al tavolo con imprenditori, cerca il contatto con la politica. La terza generazione della Scu punta su donne e giovani, inseriti nei ruoli apicali, per aumentare la managerialità. Ed è più viva che mai. Anche se sembra non fare quasi più notizia come un a volta. Insomma, lavora sotto traccia, costruisce alleanze, crea business.
Augustino Potenza, un curriculum criminale di tutto rispetto, era (lo hanno crivellato nel parcheggio di un centro commerciale con un fucile mitragliatore kalashnikov) l’inventore della griffe «Italiano tenace», presentata in uno dei templi della fashion milanese, la discoteca Hollywood. Fino a quando non è stato ucciso, i suoi capi di abbigliamento impazzavano nei posti più in del Basso Salento. Ancora consenso.

La Commissione parlamentare ha scritto che «la Scu sta creando un sistema alternativo allo Stato… i pentiti dicono che c’è una sorta di welfare» criminale molto attivo e capillare.
Cataldo Motta, qualcosa di più di una memoria storica dell’antimafia- grazie al suo impegno è stato possibile affermare che la Piovra esiste nel Salento, come dimostrano sentenze e maxiprocessi - ha dichiarato: «Bisogna far capire ai cittadini che rivolgersi a un mafioso significa dare legittimazione alla presenza di queste persone nella società. Ma si dovrebbe anche evitare toni troppo trionfalistici, sostenere che la Scu non c'è più ed è stata sconfitta: perché così non è certamente. La criminalità sembra come scomparsa dalla vita di tutti i giorni. Ma non è così: è una strategia ben precisa. E per questo bisogna stare ancora più attenti».
La Direzione investigativa antimafia, nell’ultima analisi, ha puntato il dito contro un avvicinamento tra Piovra barese, Mafia foggiana e Sacra corona unita. E ha evidenziato «l’attivismo teso all’acquisizione di spazi nell’economia legale, soprattutto nei settori della ristorazione e del turismo, che consentirebbero di compiere un salto di qualità». Evidenti anche i tentativi di «infiltrazione negli apparati amministrativi» con il conseguente scioglimento dei Comuni di Sogliano Cavour, Surbo, Parabita.
Insomma, c’è un altro volto del Salento, dietro quello del boom di presenze dell’esercito dei vacanzieri, inquietante, grigio, avvolto nell’ombra. Il fiume di cocaina che invade le località turistiche, documentato da una serie di inchieste della magistratura, rimane il core business dell’organizzazione e assicura ricavi da capogiro. Un affare reso possibile dall’accordo tra Camorra, Ndrangheta e Scu, facilitato anche da una serie di legami di parentele sul territorio.

La Sacra corona unita del Terzo millennio scalpita, è rampante, sgomita come capita ai giovani di oggi. Secondo Transcrime, il centro studi dell’Università Cattolica di Milano, il suo volume d’affare supera i mille milioni di euro l’anno. Il consenso non si crea solo col caffè o con le felpe. Si prestano soldi senza interessi, si rilevano aziende sull’orlo del fallimento, si gestiscono società di calcio e stabilimenti balneari. La Quarta mafia distrugge (63 i morti attribuiti alla Scu dagli anni Novanta ad oggi, secondo gli investigatori), annienta la speranza, prende in ostaggio un territorio, lo divora, lo spreme per ricavare potere, consenso e soldi. Un fiume di danaro impressionante. Che passa anche attraverso la gestione della raccolta dei rifiuti, come dimostrano le inchieste.
Ma come tutte le mafie anche questa è una cosa umana e prima o poi finirà. Giovanni Falcone la pensava così. A patto che si recidano i legami, si faccia terra bruciata attorno all’Impero del male. Con le indagini, i processi, le condanne, la reazione della società civile, la promozione della cultura della legalità, i collaboratori di giustizia. Quelli della Scu superano di poco il centinaio. L’ultimo è brindisino, fratello di uno dei capi storici. Si chiama Antonio Campana, ergastolano mesagnese e sta aggiornando il quadro criminale dei giorni nostri. Perché la Scu è camaleontica, si adatta, si moltiplica, prospera. E’ una entità liquida, pronta ad adattarsi ai nuovi scenari.

Leonardo Leone De Castris, è il procuratore della Direzione distrettuale antimafia. In più d’una occasione ha ribadito come lo Stato sia presente sul territorio. Ma ha anche sottolineato, in passato, l’importanza di una condivisione, a tutti i livelli, della cultura della legalità: «Non smetterò mai di ricordare, e parlo alle decine di migliaia di soggetti dì ogni età e classe sociale, che quotidianamente assumono cocaina e marijuana sul territorio che ogni tiro di cocaina, ogni canna fumata alimentano le ricchezze della criminalità organizzata, così come ogni euro speso finisce nelle tasche dei mafiosi. Se non si ha il coraggio di riconoscere questa verità, se si continua ad alimentare anche episodicamente il consumo di stupefacenti, così creando obiettivo intralcio al contrasto che le istituzioni nel loro insieme rivolgono alla criminalità organizzata, non si ha alcun titolo per lamentarsi dell'escalation di furti e rapine, fenomeni criminali di ogni tipo o ancora indignarsi per l'occupazione da parte della criminalità di interi settori della realtà economica della zona, che pure con impegno e fatica la magistratura e le forze dell'ordine continuano a contrastare».

Marilù Mastrogiovanni è una giornalista. Coraggiosa, sussurra più di qualcuno. A lei basta essere etichettata come giornalista. Dirige Il Tacco d’Italia. Si documenta e scrive cose, magari sotto gli occhi tutti. Il valore aggiunto delle sue inchieste è trovare il comune denominatore che colleghi vicende, episodi, situazioni. Così ha raccontato il legame mortale nel basso Salento tra imprenditoria, mafia e pubbliche amministrazioni soprattutto nel settore dei rifiuti. Ha scoperchiato il sistema di marketing della mafia, la proroga dei bandi rifiuti in molti paesi del Salento, sempre a beneficio dei gestori. Allora l’hanno minacciata – la sua casella mail è stata intasata da 4mila messaggi di morte, episodio sul quale indaga la Procura di Bari - linciata mediaticamente, le hanno incendiato la casa, hanno cercato di bloccare le inchieste, sequestrato il sito, l’hanno querelata. Ed è stata costretta a lasciare Casarano, il suo paese. L’ultima «battaglia» vinta dal suo giornalismo d’inchiesta è dell’altro giorno.

La giornalista Marilù Mastrogiovanni non ha diffamato la Igeco Spa (colpita a ottobre da interdittiva antimafia della Prefettura di Roma) nel corso dell'audizione dinanzi alla Commissione consiliare di inchiesta sulla criminalità organizzata in Puglia. Il Gip del tribunale di Bari, Francesco Agnino, accogliendo la richiesta del Pm, ha dichiarato inammissibile l'opposizione all'archiviazione della querela proposta da Cinzia Ricchiuto, legale rappresentante pro tempore dell'azienda.Secondo il giudice, durante l'audizione la giornalista ha usato frasi che «non travalicano il confine riconosciuto dalla scriminante del diritto di critica», esprimendo opinioni su fatti di interesse pubblico «fondate su informazioni assunte da varie fonti, tra cui atti giudiziari» e riportando la «verità storica» di quanto accaduto con «moderazione, proporzione e misura delle modalità espositive della notizia».In più, rileva ancora il Gip, l'opposizione all'archiviazione «appare davvero singolare poiché non risulta con chiarezza in cosa sarebbe consistita l'asserita diffamazione della società rappresentata dalla Ricchiuto e quali sarebbero state in concreto le espressioni della giornalista lesive dell'immagine della Igeco Costruzioni Spa».
Lei, Marilù, non molla. Riceve premi e riconoscimenti internazionali per quello che scrive. Dice: «Sulla parola mafia in Puglia c’è un generale imbarazzo e una voglia di rimozione che ricorda la Sicilia di cento anni fa».

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