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Acqua, la riforma grillina smantellerà pure Aqp

Il ddl Daga: la società della Regione diventerà azienda speciale. Ma la riforma idrica costerebbe più del reddito di cittadinanza

Aqp e la truffa del cloro «Siamo parte offesa»

BARI - iIl termine per gli emendamenti è scaduto da 10 giorni. E l’annunciata norma per affrontare il caso di Acquedotto Pugliese non è ancora stata presentata. La commissione Ambiente della Camera sta per licenziare il disegno di legge Daga sulla riforma del servizio idrico integrato: dopo aver scartato la proposta concorrente, quella della pd Chiara Braga, ha scelto di concentrarsi sul testo grillino. Una riforma che punta ad azzerare qualunque tipo di gestione dell’acqua che non siano in mano a enti pubblici. Apparentemente un principio sacrosanto, nei fatti un massacro.

La proposta, su cui pure il presidente della commissione Alessandro Benvenuto ha scelto di andare avanti nonostante le tante perplessità dei suoi colleghi della Lega, rischia infatti di costare più del reddito di cittadinanza. Perché rimettere l’acqua nelle mani di aziende speciali interamente pubbliche significa, nei fatti, scaricare il costo degli investimenti sul bilancio dello Stato: i famosi 5 miliardi di euro di opere l’anno (anche se in realtà se ne fanno 2-3), cui aggiungere un miliardo di euro per garantire il «minimo vitale» (50 litri d’acqua gratis al giorno per cittadino) e gli indennizzi ai gestori uscenti. E senza contare le inefficienze che verranno generate dal ritorno alle gestioni in stile ente pubblico, che in Italia sono state cancellate fin dalla legge Galli e rimangono solo in poche aree svantaggiate.

Chi ha più da perdere da questa riforma è proprio Acquedotto Pugliese, la più grande azienda pubblica del Mezzogiorno che gestisce la rete più estesa d’Europa e serve 4 milioni di persone. La proposta Daga punta a eliminare anche le società per azioni a capitale totalmente pubblico come è appunto Aqp (al 100% della regione Puglia): «Tutte le forme di gestione del servizio idrico integrato affidate a società a capitale interamente pubblico esistenti alla data di entrata in vigore della presente legge, se non decadute per contratto, sono trasformate in aziende speciali o in enti di diritto pubblico entro un anno dalla medesima data di entrata in vigore». Aqp, insomma, può scegliere se tornare ente autonomo (come ai tempi dell’Eaap) oppure azienda speciale: e se la Regione non si adeguerà, il governo potrà esercitare i poteri sostitutivi.
A novembre, quando è iniziato l’esame della proposta, i grillini avevano fatto sapere che sarebbe stato presentato un emendamento proprio per tenere conto del particolarissimo caso di Aqp. Un caso unico nel panorama italiano, sia per le dimensioni sia perché la società - che era dello Stato - fu trasferita dall’allora ministro Tremonti a Puglia, Basilicata e Campania (poi uscite) insieme alla titolarità della gestione del servizio e con l’obbligo a procedere alla privatizzazione. Cosa mai avvenuta (la previsione è stata poi cancellata dall’ultimo governo di centrosinistra) anche perché le giunte regionali (Vendola e poi Emiliano) hanno sempre sostenuto la necessità di garantire la gestione pubblica.

Il «no» dei grillini all’acqua in mano a una società per azioni pubblica è soltanto ideologico, perché non esiste un altro motivo valido: Aqp reinveste gli utili nel servizio (garantiscono il pagamento dei mutui contratti per gli investimenti), e grazie a questo può mantenere le tariffe basse oltre a prevedere già una fascia «sociale» e - tramite la Regione - anche un rimborso equivalente al «minimo vitale» alle famiglie meno abbienti.
L’esame della proposta continuerà in commissione, con la procedura di urgenza. Il passaggio all’Aula non è finora stato calendarizzato. L’analisi del servizio studi della Camera ha tuttavità già evidenziato una serie di gravi carenze, tuttora non colmate

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