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Foggia, la donna del clan ottiene i domiciliari

Foggia, la donna del clan ottiene i domiciliari

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Redazione Foggia

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Foggia, la donna del clan ottiene i domiciliari

Dina Francavilla, per accudire i figli. Dovrà tornare in cella

Mercoledì 12 Aprile 2023, 13:44

FOGGIA - La Giustizia presenta il conto a Leonarda (Dina) Francavilla, 41 anni, foggiana, sorella dei capi-clan Antonello e Emiliano, sposata con un altro mafioso del peso di Mario Lanza, condannata a cinque anni per estorsione aggravata dalla mafiosità nel processo “Rodolfo”, in cui sono coinvolti anche i tre familiari componenti della medesima batteria della criminalità foggiana. Da qualche giorno la donna è agli arresti domiciliari in esecuzione dell’ordine di carcerazione firmato dalla Procura generale di Bari ed eseguito dagli agenti del gruppo “Falchi” il gruppo speciale della squadra mobile.

Tre gradi di giudizio hanno stabilito che Emiliano Francavilla, la sorella Dina e il marito Mario Lanza imposero al titolare di un’azienda del settore agro-alimentare l’assunzione della donna che per sette anni, dal 2008 al 2014, intascò lo stipendio oscillante dagli 8mila ai 17mila euro annui, senza andare di fatto mai nel posto di lavoro. Le accuse che hanno portato alle condanne si basano sulle intercettazioni a carico della stessa vittima; e sulle dichiarazioni di Sabrina Campaniello, ex moglie di Emiliano Francavilla e quindi ex cognata dei coniugi Francavilla-Lanza, diventata testimone di giustizia oggi sottoposta a regime di protezione, che vive in una località segreta dall’estate 2013 quando chiese aiuto a squadra mobile e alla Direzione distrettuale antimafia dopo le sue confessioni.

SENTENZA DEFINITIVA - La sentenza di condanna di Dina Francavilla è diventata definitiva in Cassazione lo scorso 17 febbraio; il difensore dell'imputata, l’avvocata Manuela La Cava aveva chiesto e ottenuto dalla Procura generale il differimento dell’ordine di carcerazione. Il legale della donna aveva inoltre presentato istanza al Tribunale di sorveglianza della detenzione domiciliare, cui è stata ora sottoposta la Francavilla, per consentirle di accudire i figli minori. A fine maggio dovrebbe infine essere trasferita in carcere per scontare il resto della condanna inflittale dalla Suprema corte. Considerata la carcerazione preventiva di quattro mesi sofferta dopo l’arresto nel blitz “Rodolfo”, a Dina Francavilla restano da scontare complessivamente altri quattro anni e sette mesi di reclusione.

BLITZ RODOLFO - La donna fu arrestata il 4 aprile 2016 nell'ambito del blitz “Rodolfo” contrassegnato dall’emissione di undici ordinanze cautelari emesse dal Gip di Bari su richiesta della Dda nei confronti anche di esponenti dei Sinesi/Francavilla e del clan Moretti/Pellegrino: sette finiti in carcere, tre ai domiciliari, un obbligo di firma. Dina Francavilla fu posta ai domiciliari, provvedimento che il Gip su istanza difensiva revocò dopo quattro mesi, il 13 agosto 2016, ritenendo peraltro attenuate le esigenze cautelari e imponendo inizialmente alla foggiana l’obbligo di firma in Questura, il divieto di uscire di notte e di avvicinare l’imprenditore taglieggiato.

ESTORSIONE AGGRAVATA - Riconosciuta colpevole di estorsione aggravata dalla mafiosità in concorso col fratello Emiliano (condannato a cinque anni e sei mesi anche per altre due estorsioni) e il marito Mario Lanza (condannato a sette anni e sei mesi: è tornato libero il 21 marzo scorso dopo dodici anni trascorsi in cella e ai domiciliari), alla Francavilla furono inflitti in primo grado cinque anni e sei mesi dal Tribunale di Foggia, con sentenza del 4 dicembre 2021.
La corte d’appello di Bari il 22 giugno 2021 aumentò per la continuazione la pena a sei anni. La Cassazione lo scorso 17 febbraio respinse il ricorso difensivo; rese definitiva la condanna della Francavilla; annullò l’aumento di pena per la continuazione fissando pertanto la condanna definitiva in cinque anni.

DODICI IMPUTATI - Il processo “Rodolfo” contava dodici imputati: due le assoluzioni e dieci le condanne. A undici imputati venivano contestate sei estorsioni aggravate dalla mafiosità ai danni di due fratelli titolari di tre aziende del settore agro-alimentare: uno dei due imprenditori in particolare fu costretto a pagare il pizzo dal 2008 al 2015 a esponenti di due clan della “Società foggiana” sotto forma di tangenti mensili, assunzioni di personale assenteista, “contributi” per spese legali. L’imprenditore inizialmente era ricattato dai Francavilla, successivamente – come si legge negli atti processuali – in seguito «a una politica prevaricatrice di Antonello Francavilla che pretese il pagamento delle tangenti direttamente dalla vittima stessa e non tramite un intermediario, nutrendo timori per la propria incolumità si vide costretto a chiedere protezione ai rivali del clan Moretti/Pellegrino», finendo così per pagare ulteriori mazzette.

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