Domenica 20 Gennaio 2019 | 19:02

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Etichetta obbligatoria

Il primo pomodoro made in Italy parla foggiano

Freno alla contraffazione: bisogna segnalare il luogo di produzione

Dopo la mozzarella, il pomodoro Igp: nuovo «duello» Puglia-Campania

Il pomodoro inscatolato nell’estate 2018 è il primo ad essere venduto con il marchio made in Italy, e ricordiamo come molto di quel marchio (circa il 40%) parli foggiano. Siamo ai resoconti finali di un’annata che sarebbe da dimenticare per la produzione agricola e industriale, se non fosse per il decreto sull’origine obbligatoria dei prodotti: conserve, salse, concentrato e sughi composti per almeno il 50% da derivati del pomodoro e coltivati in Italia, non potranno d’ora in avanti essere confusi con l’enorme quantità di merce che arriva dall’estero, Cina soprattutto. Per un bel po’ continueranno invece a deludere gli introiti dalla vendita, tanto è vero che ormai nel settore si dice che costi più la bottiglia del prodotto contenuto. Ora perciò l’origine in etichetta è attesa alla prova dei mercati: produttori e trasformatori si aspettano, se non proprio un’impennata delle vendite, almeno una risalita dei consumi un po’ stagnanti da qualche anno nel nostro paese. Sul piano agricolo invece, quello che interessa di più la Capitanata che trasforma appena il 10% del prodotto che coltiva, le notizie non sono incoraggianti. Proprio sul pomodoro (ma è un fenomeno che colpisce anche il grano duro) si continua infatti a registrare una graduale resa dei coltivatori tenuto conto - segnala Coldiretti - del «calo drastico delle superfici coltivate». «Fare pomodoro da industria in annate come queste non è più conveniente - dice il presidente Giuseppe De Filippo - gli agricoltori hanno dovuto salvare da nubifragi e bombe d’acqua intere coltivazioni. A pagarne le spese sono stati i produttori, ma anche l’intero indotto, le industrie di trasformazione che hanno chiuso i battenti un mese prima rispetto al solito». Continuano a far discutere le affermazioni del segretario confederale della Cgil, Daniele Calamita, alla Gazzetta del 27 settembre scorso che punta il dito proprio su agricoltori e sulla Grande distribuzione organizzata posti all’apice della «speculazione piramidale» a danno dei «consumatori e dei braccianti». Sott’accusa anche i costi a carico della produzione, elencati dal sindacalista in uno studio empirico, che dimostrerebbero la prova della speculazione. La Coldiretti non vuole polemizzare con la Cgil, ma fornisce qualche dato partendo proprio dall’ultima campagna. «In piena campagna il prodotto di alta qualità è stato pagato 8 centesimi al chilo – informa De Filippo – rispetto a costi di produzione a tre zeri. Vediamoli (i dati sono riferiti a ettaro: ndr): 120 euro per l’aratura, 60 euro per l’erpicatura, 120 euro per la fresatura da ripetere due volte, concimazione di fondo 300 euro, posizionamento impianto irriguo 248 euro, costo delle piantine (31.500) pari 1291 euro, solo per impostare l’attività. A ciò vanno aggiunti 650 euro per le operazioni di trapianto, 250 euro per la scerbatura manuale, 800 euro per i trattamenti fitosanitari, 500 euro per i fertilizzanti – continua Coldiretti Foggia – e ancora 300 euro per l’addetto all’irrigazione e alla fertirrigazione, 720 euro per l’irrigazione (calcolando 6000 mc per 0,12 €), 400 euro per l’assicurazione contro la gradine, 250 euro per le spese di ammortamento dell’impianto irriguo, 1415 euro per la raccolta (su una produzione presunta di 1000 quintali per ettaro), 150 euro per i residui colturali e 1000 euro per la pacciamatura con tessuto non tessuto». La Coldiretti punta il dito anche sulle «evidenti distorsioni» del mercato: «In una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro - ricorda il direttore Marino Pilati - oltre la metà del valore (53%), è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% va ai costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. Non è assolutamente equilibrato e coerente la distribuzione del valore lungo la filiera anche a causa di pratiche commerciali sleali».

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