Martedì 20 Gennaio 2026 | 17:37

Ex Ilva, ok di Palazzo Chigi al decreto per mantenere gli impianti aperti. Giornata di proteste infuocate: fabbrica occupata e blocchi stradali VIDEO

Ex Ilva, ok di Palazzo Chigi al decreto per mantenere gli impianti aperti. Giornata di proteste infuocate: fabbrica occupata e blocchi stradali VIDEO

 
Valentina Castellaneta

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Valentina Castellaneta

Acciaierie potrà usare 108 milioni residui finanziamento ponte. Anche Emiliano e il sindaco Bitetti alla mobilitazione. In centinaia contro il piano del Governo: «E' il preludio alla chiusura»

Giovedì 20 Novembre 2025, 09:24

21 Novembre 2025, 08:17

«La ripresa del confronto sull’ex Ilva dovrà avvenire esclusivamente a Palazzo Chigi con il ritiro del piano presentato da parte del Governo». I segretari generali di Fim, Fiom, Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma, Rocco Palombella hanno deciso di non abbassare la testa. La convocazione arrivata dal ministro delle Imprese e Made in Italy, Aldofo Urso, per un incontro “unitario” a Palazzo Piacentini, in programma per il 28 novembre, non è abbastanza. Invitate al tavolo del ministro le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali dell’ex Ilva, con i rappresentanti delle Regioni Puglia, Liguria e Piemonte e gli Enti locali nei cui territori hanno sede gli stabilimenti del gruppo.
Non era scontato. Nella mattinata di ieri Urso, aveva convocato un incontro per parlare di Genova-Cornigliano e agli stabilimenti del Nord. Ma la notizia era giunta, quando gli operai dello stabilimento di Taranto avevano già bloccato le due arterie stradali di accesso alla città per far sentire la loro voce. Bloccando soprattutto l’ingresso della raffineria Eni «per creare disservizio al governo». Gennaro Oliva, coordinatore della Uil Taranto, ha parlato di una «rottura totale con il governo», accusato di abbandonare lavoratori e territorio. «Mettere 6mila persone in cassa integrazione – ha affermato - senza un piano industriale serio significa condannare la città. La formazione proposta è solo un paravento per coprire una chiusura programmata».
«Dal primo gennaio – ha detto agli operai Francesco Brigati, segretario generale Fiom Taranto - spegneranno per la prima volta dopo 60 anni le batterie delle cokerie e resteremo con un solo forno in marcia. Se non arriveranno acquirenti entro febbraio, lo stabilimento chiuderà perché dicono di non avere risorse. Questo è un piano di chiusura mascherato da transizione. Noi non siamo disponibili ad accettare questo scenario: devono ritirare quel piano, mettere immediatamente le risorse e garantire una discussione permanente con le organizzazioni sindacali. Prepariamoci, perché non sarà una sola giornata di mobilitazione. Questo è solo l’inizio e non ci fermeremo». Alla mobilitazione questa volta gli operai erano in tanti. A colorare il corteo non solo felpe di sindacati, ma tute blu: qualcuna con la scritta Ilva, qualcuno Arcelor Mittal, a raccontare i cambiamenti di questi anni.
«Nel piano c’è scritto chiaramente - ha detto Francesco Rizzo dell’Esecutivo nazionale Usb - che il primo marzo la fabbrica è chiusa. Sgombriamo tutti i dubbi. Il ministro Urso in questi mesi ha tentato in tutte le maniere di scaricare le colpe di volta in volta sul Comune, sulla procura della Repubblica. I fatti dicono che il piano, a partire dal primo marzo, prevede la fermata di tutti gli impianti di Taranto. Gli impianti del nord si fermano da subito, non c’è soluzione».
L’eco di quello che stava accadendo è arrivato fino a Roma, dove si sono susseguiti i commenti della politica. Sulla statale occupata invece sono arrivati i politici locali, il presidente della Regione Michele Emiliano, oltre al consigliere regionale Renato Perrini e al deputato Dario Iaia di Fratelli d’Italia. Iaia in particolare ha criticato aspramente la politica locale definendola basata solo sul «no» a nave rigassificatrice e Dri.
«Qui - ha detto il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, portando il suo sostegno agli operai - sento ancora raccontare storie che offendono l’intelligenza di tutti noi, dove si prova a scaricare responsabilità sugli enti locali. È arrivato il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, è arrivato il momento che si punti a un piano industriale vero».
Il primo cittadino si è detto preoccupato del rischio sociale che corre la città con la chiusura dello stabilimento siderurgico. «Dove stanno le risorse – ha detto – io non le vedo ancora, ne sento parlare. Vogliamo capire se veramente c’è una soluzione? Noi abbiamo proposto la nazionalizzazione, non si può fare? C’è l’intervento pubblico. C’è bisogno della volontà politica. Noi non saremo assolutamente disponibili ad accettare questa macelleria sociale. Sappiamo quelle che sono le conseguenze».

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