La vita politica della nostra Presidente del Consiglio è contrassegnata da continue perturbazioni che la costringono ad operare costantemente tra posizioni e orientamenti contrapposti. Seguendo una metafora nautica si potrebbe sostenere che la sua barca è costretta a navigare non tra quiete e tempesta ma in un vortice che genera continue tempeste pressoché da tutti i lati. Invero, i primi marosi si sono manifestati sin dall’inizio del suo mandato (2022) dopo che il centro destra aveva vinto le elezioni e poiché il suo partito aveva ottenuto la percentuale di voti più ampia, in assoluto e nella coalizione, per un accordo siglato prima delle votazioni tra le forze politiche della neo costituita maggioranza, Giorgia Meloni è stata designata come Premier e in tale veste il Governo da lei presieduto ha ottenuto la fiducia delle due Camere.
Sin dall’inizio si è avuta una forte opposizione da parte di tutti i partiti rimasti fuori dalla compagine governativa – alcuni dei quali per lunghi periodi avevano fatto parte dei precedenti governi – che si erano visti costretti a dover riconoscere il ruolo di Presidente a una giovane donna – per di più leader di un partito che era stato a lungo all’opposizione – che pur avendo alle spalle una lunga militanza politica aveva ricoperto diversi anni prima solo un incarico ministeriale di non primaria importanza (Ministero della Gioventù).
Va inoltre segnalato che la situazione economica al momento della nascita del suo Governo non si presentava affatto rosea, considerate le scarse risorse finanziarie a disposizione nel bilancio dello Stato nell’era post covid, peraltro rimasta tale anche negli anni successivi per il susseguirsi di eventi calamitosi che hanno sconvolto vaste aree della nostra penisola e poi anche della guerra scatenata dalla Russia contro la filoeuropea Ucraina.
Ma anche all’interno del Governo la Premier si è trovata a dover fronteggiare i frequenti opposti orientamenti dei due principali partiti della coalizione - la Lega, da sempre euroscettica e sovranista e Forza Italia, invece, storicamente legata agli ideali europei - per di più guidati da due leader tra loro molto distanti per indole e operatività. Insomma, si è trovata tra Scilla e Cariddi! Anche in Europa la Meloni si è trovata in seria difficoltà nella composizione degli organi dell’Unione, per un verso dovendo assecondare la tendenza del suo partito fortemente nazionalista e per altro verso rispettare la tradizione italiana da sempre filo europeista, anche per essere stato il nostro Paese uno stato fondatore dell’U.E. e per esserne il terzo membro più importante, quindi con forte rilievo politico.
A tale riguardo la sua politica di necessario equilibrio ha dovuto affrontare anche le divergenze degli altri due partiti principali della sua coalizione ma con molta abilità è riuscita a trovare la quadra proponendo soluzioni di compromesso che le hanno consentito di acquisire credibilità e fiducia sia in Europa che in Italia.
Infine, da poco più di un anno tutto il mondo è costretto a convivere con il ciclone rappresentato dalla controversa figura del nuovo Presidente USA, leader volubile per i continui voltafaccia, da qualcuno ritenuti espressione di debolezza caratteriale ma dai più frutto di lucida strategia finalizzata alla spregiudicata affermazione prioritaria degli interessi del suo paese non disgiunti dai suoi personali.
Anche a questo riguardo la nostra Presidente si è trovata in grande difficoltà tra l’ultra nazionalismo di D. Trump (America first) e gli Stati europei – da sempre sotto l’ombrello protettivo degli USA, anche se non sempre in posizione di equiordinazione – che a seguito del dichiarato disimpegno dell’ultimo Presidente, fortemente orientato a creare una nuova rete di Stati a lui fortemente allineati, si sono ritrovati costretti a rafforzare l’Unione per portarla ad assumere una più autonoma e rilevante identità internazionale.
Anche in questa nuova realtà la nostra Premier è stata costretta a destreggiarsi tra la Presidenza americana - rilevatasi del tutto instabile nelle alleanze, nei rapporti conflittuali, in quelli economici e altri - e il crescente imbarazzo degli Stati europei, da sempre filoamericani ma ormai costretti a prendere atto dell’inevitabile unilaterale distacco dello storico alleato e pertanto a rendersi, almeno militarmente, autonomi da esso. Insomma, l’unico luogo di serenità politica per Giorgia Meloni rimane all’interno del suo partito, anche per la non secondaria ragione di esserne stata la fondatrice e di averlo fatto crescere da una percentuale inizialmente molto risicata fino a farlo diventare la forza politica più consistente del panorama italiano. Almeno finché dura! In sintesi, in tutti questi campi la Meloni è stata sempre costretta a mediare, a volte anche sacrificando il proprio orientamento, tra distinte posizioni raggiungendo quasi sempre un ragionevole punto di equilibrio, tale da farla accreditare come una vera leader non solo per il suo personale inesauribile impegno ma anche per la grande capacità mediatrice che per un politico in tempi attuali così difficili rappresenta una qualità decisamente apprezzabile.
















