Winston Churcill sosteneva che «la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora»; da tanto possiamo dedurre la convenienza di continuare a rispettarne le regole perpetuando la tendenza ad assicurarne le garanzie di funzionamento nell’interesse del popolo. Grazie a questa convinzione diffusasi massivamente dopo la seconda guerra mondiale del secolo scorso gli Stati che ad essa hanno ispirato il funzionamento del proprio assetto istituzionale hanno potuto vivere anni tranquilli e tendenzialmente vocati alla prosperità dei propri cittadini. Almeno fino a pochi anni fa! Invero, negli ultimi tempi, in molti Stati della vecchia Europa la democrazia sta manifestando crepe che con il passar del tempo si stanno via via allargando, tanto da stimolare in alcuni un ripensamento sulla sua assiomatica validità; e ciò anche all’interno della stessa UE.
Prima di pensare alla conversione di alcuni sostenitori dei principi democratici a favore di sistemi alternativi, tentati soprattutto dal fascino suscitato da autocrazie e oligarchie d’oltre oceano espresse e stimolate da alcuni dei tendenziali nuovi padroni del mondo, conviene ripensare alle ragioni che stanno favorendo queste deviazioni rispetto alla esperienza democratica tradizionale.
Una delle principali cause di debolezza della democrazia rappresentativa è forse da cercare nella assoluta libertà di azione del rappresentante politico che una volta eletto «senza vincolo di mandato», cioè restando completamente svincolato da ogni impegno assunto con gli elettori, può svolgere la sua funzione senza condizionamenti giuridici atteso che l’unica sanzione prefigurabile in caso di azione politica non in linea con le assicurazioni fornite in campagna elettorale rimane la possibile mancata riconferma alla scadenza del mandato. Ma a parte le ipotesi di dissonanza operativa con il mandato ricevuto si sono verificati non pochi casi di eletti che hanno abbandonato l’area politica di appartenenza per collocarsi in un’altra, magari anche di ispirazione opposta alla prima, in tal modo eludendo qualunque impegno preso prima delle elezioni. E questi comportamenti degli eletti, provocando delusione e risentimento negli elettori traditi per il venir meno del rapporto di fiducia, producono di certo un vulnus nel sistema democratico.
Ulteriore ragione di sfiducia può essere causata dall’imperfetto funzionamento di uno dei principi fondamentali della democrazia, quello dei pesi e dei contrappesi, necessari per controbilanciare l’attività dei vari poteri in modo da impedire la prevaricazione di uno nei confronti degli altri. Invero, nell’esperienza quotidiana a volte si riscontra che i controlli affidati ad un organo per vigilare sulla azione di un altro organo, dello stesso potere o anche di uno diverso, si riducono a mera formalità, se non addirittura al mancato esercizio. E ciò nella maggior parte dei casi per inerzia o per semplice buonismo ma talvolta, purtroppo, anche per colpevole collusione del controllore col controllando. La qual cosa, in assenza di sanzioni o contromisure adeguate, oltre a provocare crepe nel sistema operativo, suscita conseguente delusione nei cittadini indubbiamente svantaggiati da questi perniciosità.
Altra causa dello sgretolamento della fiducia nel sistema democratico può essere facilmente individuata nella patologica lentezza della classe burocratica nel fornire ai cittadini risposte all’esercizio dei loro diritti in tempi ragionevoli, in tal modo rinforzando la ormai diffusa convinzione per il richiedente, che si aspetterebbe di essere adeguatamente tutelato in base al «teorico» principio del corretto bilanciamento tra diritto e dovere, di essere invece la parte debole del rapporto.
Le disfunzioni ora esposte, non disgiunte da altre di analoga portata, singolarmente o anche talvolta cumulativamente patite, possono finire per provocare nei cittadini meno disposti alla assuefazione la disaffezione dalla vicinanza alla «cosa pubblica» frenandone l’entusiasmo per ogni possibile collaborazione, sia diretta che indiretta, ma anche fomentandone per reazione l’allontanamento dal fondamentale diritto/dovere del voto elettorale.
Il climax degenerativo della astensione dalla partecipazione elettorale, che negli ultimi tempi si sta progressivamente allargando aprendo un’ulteriore screpolatura nella vita democratica, può provocare la pericolosa conseguenza che gli eletti, cioè coloro cui viene affidato il destino politico di una comunità, non risultino espressione di una scelta effettuata dall’intero corpo elettorale o da una parte consistente di esso ma solo di una percentuale a volte anche inferiore alla metà.
La ormai sintomatica disaffezione dal voto rappresenta il principale colpo basso al principio basilare della democrazia che vede il proprio apice proprio nel momento elettorale. Invero l’astensione, agnostica o per protesta, da ogni votazione, lungi dal rappresentare una risposta democratica contro un sistema che non funziona, come dovrebbe o che soltanto non piace, finisce per essere un’espressione qualunquista che provoca un ulteriore indebolimento della democrazia minandone l’assetto essenziale.
Infine questa tendenza all’astensione può favorire la nascita di movimenti che profittando delle falle del sistema propugnino per una differente regolamentazione del governo dello stato soluzioni politiche più suggestive all’apparenza ma insidiose nella sostanza. Ma la storia ci ha insegnato che il fascino dell’oggi per nuovi metodi poco democratici può rappresentare una più dura realtà del domani dalla quale il cittadino astensionista non potrà ritenersi incolpevole e comunque non ne resterà immune.
















