Lo ha detto bene Carlo Salvemini in un intervento pubblicato sulle colonne di questo giornale il 4 aprile scorso: l’esito del referendum sulla magistratura non è frutto del caso, ma di una «mobilitazione diffusa, capillare, spesso silenziosa ma efficace» nella quale «associazioni, movimenti, sindacati, reti civiche e sociali hanno svolto un ruolo decisivo».
Non è stata – banalmente – la vittoria di uno schieramento partitico su un altro (lo dicono anche i numeri), ma l’affermazione di una più ampia istanza di partecipazione che ha coinvolto fasce di popolazione, in particolare giovanile (lo conferma la ricerca di «Sec Newgate Italia»), da tempo ritenuti assenti dai circuiti della politica e - finanche - dalle consultazioni elettorali. Dei temi referendari si è discusso, anche aspramente, in una miriade di incontri, eventi, forum, chat, ecc., provando a capire e ad approfondire. Non c’erano nomi né volti da reclamizzare, né interessi personali in gioco: la società civile si è mobilitata in nome di idee e contenuti. Tutto questo ha sprigionato una «energia civica» (come la chiama Salvemini), che ora rischia di non essere adeguatamente valorizzata e, quindi, di disperdersi del tutto. Aver difeso la Costituzione, ovviamente, non può bastare. Vi sono principi costituzionali che vanno attuati, a cominciare dal valore della Pace, la quale – secondo un insegnamento sempre attuale – può essere universale e durevole solo se fondata sulla giustizia sociale: è quanto si legge nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
In un mondo sempre più violento e diseguale (segnato da guerre, crisi ecologiche, lesioni delle libertà fondamentali e dei diritti sociali, povertà e migrazioni di massa), pace e giustizia sociale non devono apparire come parole del passato: alla loro concreta realizzazione è consegnato il destino delle nostre sofferenti democrazie costituzionali. Meritoriamente, la proposta di Salvemini ci riporta al contesto locale e alla costruzione di una possibile agenda di lavoro in cui riversare quell’energia civica sprigionata in occasione del referendum.
Non disperdere, dunque, ma organizzare, provando a trasformare un segnale in un percorso. È questa la sfida. Ed è una responsabilità che riguarda tutti. Non deve trattarsi – dice Salvemini – di una convention fra addetti ai lavori, ma di una iniziativa pubblica e popolare che riunisca “tutte le realtà – associative, civiche, sociali e politiche – che spontaneamente si riconoscono nella necessità di una riflessione e di un’attivazione collettiva”. Raccogliamo con estremo interesse questo invito, al quale la nostra associazione è da tempo sensibile. Più volte, ci siamo detti che la cittadinanza attiva cura la democrazia, perché la nutre dal basso: l’unica direzione possibile (il verso giusto), se vogliamo mantenerla viva.
In fisica la dissipazione dell’energia avviene per attrito o resistenza. Nel nostro caso, a fare attrito e resistenza all’energia civica è la rinunzia alla partecipazione, il ripiegamento nel proprio ombelico, insomma l’indifferenza alla politica: esattamente, una delle offese che si fanno alla Costituzione, come diceva Calamandrei agli studenti nel 1955. Si combatte quell’indifferenza senza demonizzare né la politica né coloro che non ci credono più, ma cercando di connettere l’una agli altri, a partire dalla concretezza della vita reale.
















