Mercoledì 08 Aprile 2026 | 14:12

Acciaio, porto, aerospazio: Taranto lasciata senza strategie e gestita in perenne emergenza

Acciaio, porto, aerospazio: Taranto lasciata senza strategie e gestita in perenne emergenza

Acciaio, porto, aerospazio: Taranto lasciata senza strategie e gestita in perenne emergenza

 
domenico santoro

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domenico santoro

Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

L'ex Ilva di Taranto

Ogni passaggio è stato presentato come la soluzione, ogni accordo come la svolta. Nel frattempo gli altiforni hanno continuato a spegnersi lentamente, l'occupazione a erodersi, il tessuto sociale a cedere

Mercoledì 08 Aprile 2026, 11:30

Porto, acciaio, aerospazio non sono questioni tarantine ma un'emergenza della Puglia intera. Porto ai turchi, ex Ilva agli indiani, aerospazio agli arabi: mentre si invocano interventi da «pronto soccorso», la Puglia perde pezzi di futuro senza una strategia. E il Piano strategico Taranto è sparito dal dibattito.

Tre operazioni, tre soggetti stranieri, tre settori chiave. Il porto di Taranto affidato a operatori turchi. L'ex Ilva a un consorzio a guida indiana. Le Aerostrutture di Leonardo nel mirino del fondo sovrano saudita PIF - Public Investment Fund - in un'operazione che riguarda uno dei comparti più sensibili della difesa e dell'aeronautica civile italiana. Tre trattative diverse, tre stagioni politiche, tre tavoli separati. Eppure, guardate da Taranto, raccontano una storia sola: quella di un territorio che si gestisce per emergenze, non per visione.

Da anni Taranto vive in modalità urgenza. Prima la crisi dell'Ilva, poi il commissariamento, poi Mittal, poi Acciaierie d'Italia, poi il nuovo commissario, poi gli indiani di Jindal. Ogni passaggio è stato presentato come la soluzione, ogni accordo come la svolta. Nel frattempo gli altiforni hanno continuato a spegnersi lentamente, l'occupazione a erodersi, il tessuto sociale a cedere.

La stessa logica si ripete sul porto: si celebra l'accordo con l'operatore turco come un'apertura internazionale, senza chiedersi quali clausole vincolanti tutelino i traffici, i lavoratori, la funzione pubblica dell'infrastruttura. E ora si replica sull'aerospazio.

Il problema non è che arrivino capitali stranieri. Il problema è che arrivano in assenza di una cornice. Senza un disegno che dica: questo territorio deve produrre questo, deve formare queste competenze, deve attrarre questo tipo di investimento e non quell'altro. Senza quel disegno, ogni operazione è una scommessa. E il Mezzogiorno ha già perso troppe scommesse fatte con l'ottimismo come unica garanzia.

Nel 2019 il governo varò il Piano strategico Taranto: 1,38 miliardi di euro di investimenti programmati, un tentativo — il primo organico — di affrontare la transizione della città non solo come problema ambientale ma come progetto di reindustrializzazione intelligente. Portualità, aerospazio, turismo, bonifica, formazione: tutto dentro una cornice unitaria. Era uno strumento imperfetto, come tutti gli strumenti di programmazione pubblica, ma era uno strumento.

Oggi quel Piano è sparito dal dibattito pubblico. Non se ne parla nei comunicati stampa ministeriali, non nelle dichiarazioni dei presidenti di Regione, non nelle interviste dei commissari. È come se non fosse mai esistito. Al suo posto: tavoli di crisi, fondi emergenziali, annunci di salvataggio in extremis. Il pronto soccorso, appunto. Che cura il sintomo e lascia la malattia.

Il porto è infrastruttura logistica. Chi lo controlla decide rotte, tariffe, priorità. Cederne la gestione senza clausole stringenti di interesse pubblico non è internazionalizzazione: è esternalizzazione della sovranità su uno snodo strategico del Mediterraneo. L'ex Ilva è acciaio, cioè spina dorsale di ogni filiera manifatturiera seria: difesa, navalmeccanica, automotive. Affidarla a un soggetto — Jindal, gruppo siderurgico indiano, un colosso che ha i propri equilibri industriali altrove — significa scommettere che abbia convenienza a tenere accesi gli altiforni pugliesi. Una scommessa che la storia del Mezzogiorno industriale insegna a non fare mai a occhi chiusi.

Le Aerostrutture sono sapere tecnico accumulato in decenni. Non si sposta su un camion. Si porta via lentamente, ingegnere per ingegnere, processo per processo. Il fondo PIF non compra solo una quota societaria: compra accesso a tecnologie duali, know-how aeronautico, posizione nella filiera europea della difesa. È la forma più silenziosa e più costosa di deindustrializzazione.

La Puglia non può essere spettatrice. Queste tre operazioni non riguardano solo Taranto. Riguardano la Puglia intera. Il porto è il principale scalo affacciato sul Mediterraneo. L'acciaio alimenta indotti che arrivano fino a Brindisi e Bari. L'aerospazio tarantino è parte di una filiera regionale che include Leonardo a Grottaglie, la Magna Grecia dell'aeronautica.

Ed è proprio su questo punto che il paradosso si fa più stridente. Mentre si discute di cedere le Aerostrutture a un fondo straniero, lo Spazio Porto di Grottaglie — infrastruttura da 70 milioni di euro destinata a fare della Puglia un hub europeo per i lanci suborbitali e commerciali — attende ancora di diventare operativo. Settanta milioni investiti in un'idea di futuro che rischia di non avere più il capitale umano e industriale necessario per realizzarsi, se la filiera aerospaziale regionale continua a sgretolarsi nel silenzio. Non si costruisce un porto spaziale senza le competenze per farlo vivere. E quelle competenze, oggi, sono esattamente quelle che si sta rischiando di svendere.

Se Taranto cede — in termini di capacità produttiva, di know-how, di occupazione qualificata — non perde solo Taranto. Perde un pezzo strutturale dell'economia pugliese. Eppure il dibattito pubblico regionale tratta ancora Taranto come una questione locale, come un'emergenza da gestire caso per caso, come un problema ambientale da risolvere — che è reale, urgente, doveroso — ma che non esaurisce la posta in gioco. L'ambientalismo è una causa giusta. Ma non può diventare l'unica narrazione, quella che assorbe tutta l'attenzione politica mentre la struttura produttiva si svuota in silenzio.

Non è necessario essere sovranisti per chiedere che gli accordi abbiano sostanza. Clausole occupazionali verificabili e sanzionabili, non dichiarazioni di intenti. Golden power esercitato come cornice strutturale, non come minaccia dell'ultimo minuto. Valutazione dell'impatto sociale accanto a quella finanziaria: i bilanci misurano i margini, non misurano il costo di una comunità che si svuota. Chi entra in settori strategici del Mezzogiorno deve sapere dall'inizio cosa può fare e cosa non può fare. Chi negozia per conto del territorio deve smettere di trattare da posizione di debolezza, come se ogni accordo fosse già una vittoria per il semplice fatto di essere stato concluso.

Porto, acciaio, aerospazio. Tre scelte che si fanno adesso e i cui effetti si misurano in anni, in generazioni. Taranto non ha bisogno di un altro pronto soccorso. Ha bisogno di un progetto. E la Puglia ha bisogno di capire che quel progetto la riguarda.

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