Il mitico leader dei liberali inglesi Gladstone sosteneva che tra la propria coscienza e il proprio partito un gentiluomo sceglie sempre il proprio partito. Eravamo nell’Inghilterra dell’Ottocento prima che la società di massa modificasse la vita delle istituzioni, elitarie come circoli chiusi. In quell’affermazione, tuttavia, c’è qualcosa di vero che non conosce l’insidia del tempo. Si chiama obbligazione politica. È quella che il politico stabilisce con la comunità alla quale ha scelto liberamente di appartenere, e con la quale contrae un debito di lealtà.
Quel debito porta ad adattare idee e convinzioni: almeno fino a un certo punto. È regola per chi fa politica attiva. Per gli altri, che partecipano in quanto elettori, il giudizio in occasione di una consultazione dev’essere empirico e approssimativo. Non risponde a un assoluto e non conosce costrizioni preventive. Si mettono sui piatti della bilancia i pro e i contro e si opta per la parte che sembra pesare maggiormente. Ancor più quando si vota per un referendum.
Per lungo tempo ho dovuto ragionare come un politico. Per questo, non posso stupirmi che vi sia chi continua a farlo. Comprendo anche, però, che chi non ha obblighi di parte, se vuol essere un buon cittadino, non deve tacere. Affinché il dibattito pubblico sia irrorato non solo da posizioni estreme e in parte condizionate dall’appartenenza, non deve omettere di illustrare le ragioni delle proprie scelte imperfette.
Per quel che mi riguarda, ritengo che la riforma della giustizia sulla quale siamo chiamati a esprimerci domenica e lunedì, contenga aporie e aspetti che avrebbero potuto esser meglio formulati. Tuttavia, voterò sì. Lo farò per un motivo nella mia valutazione prevalente, e che nulla ha a che vedere con l’avversione per i magistrati. Tra i quali, come in tutte le altre categorie, vi sono buoni e cattivi mentre la maggior parte di loro è un po’ buona e un po’ cattiva come in fondo la gran parte degli uomini. Penso, infatti, che quando un paese ha liberamente optato per il processo di tipo accusatorio (quello per il quale la prova si forma in dibattimento nel libero contraddittorio tra le parti), deve trovare il coraggio di trarne le inevitabili conseguenze. E deve per questo prevedere che il giudice sia terzo e perfettamente equidistante.
Non mi illudo che, qualora tale opinione prevalga, le cose cambieranno come per incanto. Abitudini, connessioni, soggezioni consolidate sono umane, a volte troppo umane. Forse, addirittura, non è neppure saggio pretendere che persone che hanno seguito gli stessi corsi, studiato sugli stessi libri, svolto tratti di carriere parallele rivedano i loro comportamenti perché una legge glielo impone.
Vi sono momenti nei quali, però, è necessario pensare anche a quanti verranno dopo. E che se la terzietà, oltre che legge diventerà costume, potranno aspirare a un grado di civiltà giuridica più alto rispetto a quello che la nostra generazione è riuscita a esprimere.
Sinceramente non credo che questo processo abbia molte possibilità di avviarsi, perché in Italia i massimalismi hanno quasi sempre prevalso sulla pacatezza dei riformatori. Oramai, poi, non ci sono più neppure le vecchie zie care a Leo Longanesi, che un tempo provvedevano a salvarci. La speranza residua, allora, è che in loro vece, sconfiggendo le tante sciocchezze che sono state urlate in questa campagna elettorale, possano riuscirvi le serie tv. Quelle nelle quali un avvocato di difesa e l’accusa se le danno come se non ci fosse un domani. Ma tra loro - e a identica distanza - vi è sempre un giudice del quale è impossibile anche solo dubitare dell’imparzialità.















