Lunedì 09 Marzo 2026 | 14:33

Un altro «8 Marzo» ma per le donne sembra tutto ancora in salita

Un altro «8 Marzo» ma per le donne sembra tutto ancora in salita

Un altro «8 Marzo» ma per le donne sembra tutto ancora in salita

 
Alessandra Peluso

Reporter:

Alessandra Peluso

Un altro «8 Marzo» ma per le donne sembra tutto ancora in salita

Forse quest’anno saremo stati più sensibili nel celebrare l’8 marzo, la «festa delle donne», in giorni di apprensione dato il nuovo conflitto che interessa gli Stati del Mediterraneo e dell’Occidente

Lunedì 09 Marzo 2026, 13:00

Forse quest’anno saremo stati più sensibili nel celebrare l’8 marzo, la «festa delle donne». In giorni di apprensione dato il nuovo conflitto che interessa gli Stati del Mediterraneo e dell’Occidente, in un mondo in subbuglio e destabilizzato viviamo una realtà desolati e isolati senza comprendere la meta.

L’8 marzo è una data particolare per i numerosi eventi, si ricorda in particolare la morte di alcune donne-lavoratrici emigrate di origini italiane che nel 1908 hanno perso la vita in una fabbrica tessile di New York. Accade puntualmente ancora oggi, in Italia, morti che livellano ogni differenza di genere, di età. Soprattutto si ricordano in questa giornata o si dovrebbero ricordare le lotte per i diritti femminili conquistati, per il diritto al voto, e le battaglie delle operaie per ottenere migliori condizioni di lavoro.

Si pensi ad esempio all’esperienza in fabbrica di Simone Weil che ha vissuto insieme alle altre donne dei ritmi forsennati in un luogo di lavoro difficilissimo da sopportare e in condizioni precarie per condividere l’esperienza e documentarla a testimonianza di un lavoro che toglie dignità anziché riconoscerlo e consolidarlo in quanto «diritto».

Ella simboleggia la sua empatica attitudine a sentire e a condividere con gli emarginati, a volgere lo sguardo agli esseri umani offesi, umiliati. Certamente di strada se ne è percorsa, sono stati ottenuti dei diritti fondamentali, la società è progredita, la giornata dell’8 marzo è stata proclamata dall’ONU nel 1977 come «Giornata internazionale della donna» per celebrarne le conquiste; costoro che nel 2026 lottano ancora per acquisire una «parità» nel lavoro, di salario, di trattamento, per ottenere un riconoscimento sociale paritario e non di sottomissione al genere maschile.

Sembra tutto in salita almeno finché continuerà a esserci un linguaggio che segue a un comportamento maschilista, «stigma» ancor ben presente nel codice genetico maschile e femminile in Italia, nel nostro Sud, e non solo.

Libertà di pensiero, di azione in uno «spazio pubblico», libertà di essere sé stesse, di amare, di vivere secondo le proprie scelte.

Libertà di diventare madri e di non esserlo, di essere «libere» senza etichette, senza stereotipi, dai quali l’intera società sembra esserne serva. Donne che ancora restano sole, difficilmente fanno rete se non per utilità comuni, si stimano o si aiutano. Donne che vivono le loro esistenze certamente più libere se ci riferiamo in un contesto ricco ed evoluto, ma anche tanto fragili. Donne che per ottenere qualcosa devono sottomettersi o mettere in campo il maschile che è in ciascuna. Donne che ancora non sono capaci di educare al rispetto delle altre donne i loro figli maschi, femmine. Donne che non vogliono vedere. Donne che è immediato insultare l’altra. Donne il cui viaggio percorso è ancora tutto in una ripida salita tra sentieri, vicoli ciechi, cantine, strade, palazzi. Donne forti, coraggiose, audaci. Donne che ci sono. Sempre. Donne che curano. Donne che sanno amare, ma non sono amate, donne maltrattate, uccise. Bambine: vittime di guerra. Donne che hanno dimostrato di esserlo nel vissuto con l’esempio, ricordiamo fra le altre Rita Levi Montacini: una grande donna-scienziata che ha lavorato costantemente per gli altri con e fra le donne. La sua équipe di ricercatrici era di sole donne.

Donne come Simone de Beauvoir: esempio di libertà. Filosofa. Scrittrice. Ci ha insegnato che donne si diventa, non si nasce, che la donna non è solo corpo semmai è anche ragione come ogni essere umano, che la donna può e deve, come ogni persona.

Nel 2018 – permettetemi questo inciso solo in apparenza autoreferenziale – sono stata invitata nell’Università Carlo Bo di Urbino per un convegno sull’Educazione in virtù di uno scritto del Meister Georg Simmel dove conclusi la prolusione con la necessità di educare alle affettività, ad accogliere le differenzericonoscendone il valore e la diversità e a migliorarsi in una società multiculturale quale è la nostra; nello stesso anno a Matera partecipavo a un incontro al femminile trattando la questione femminile: il pensiero per superare le differenze. Qui assistetti mio malgrado ad alcuni comportamenti femminili dettati dall’impulsività, da sentimenti di rivalsa, dalla meschinità, non dall’intelligenza, e che mi lasciarono un’amarezza che perdura, visto che si tratta di atteggiamenti reiterati nello scenario odierno tra piccole e grandi realtà.

Per questo, occorrerebbe oltre a educare alle affettività, preoccuparsi di educare ed educarsi alla solidarietà, al rispetto di sé e dell’altro, al linguaggio, a svolgere il proprio ruolo, ad assumere posture che non denigrano né la donna né alcun essere umano.

La donna «pensa», è «libera», è «responsabile». Dimostriamolo nel quotidiano con l’esempio, non soltanto in una giornata di celebrazione.

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