Forse la battuta del Ministro degli Esteri Antonio Tajani andrebbe presa sul serio. L’invito a tenersi lontano dalle finestre quando volano i droni non deve essere inteso alla lettera. È una metafora. Quasi a voler dire «Voltatevi dall’altra parte!».
In questa chiave di lettura sarebbe facile accusare Tajani di cinismo. Ma siamo sicuri che sia così?
Intanto basterebbe ricapitolare alcuni decenni lungo i quali americani, russi, cinesi, israeliani, pakistani e chissà quanti altri hanno pasticciato nei rapporti con Teheran. La faccenda del nucleare iraniano va avanti da decenni e scoprirne la pericolosità a febbraio 2026 è, al tempo stesso, tragico e ridicolo.
Si potrebbe aggiungere che su autorevoli riviste italiane di politica estera i rischi dei tira e molla e di qualche affaruccio con Teheran erano stati esattamente descritti mentre in altri ambienti diplomatici si fischiettava facendo finta di niente.
Ora molte voci si levano perché l’Italia prenda una posizione sulla faccenda. In altre parole, prenda una posizione su un conflitto che non solo non abbiamo fatto nulla per determinare ma sul cui incombere non pochi analisti avevano avvertito già da tempo.
Il fatto di non essere una grande potenza economica e militare non significa che siamo scemi. Addirittura è vero il contrario. Spesso è proprio la disponibilità di grandi mezzi economici e militari a indurre a gigantesche e tragiche scempiaggini.
Così come non siamo stati noi italiani a soffiare sulla brace ucraina, non abbiamo certo la responsabilità di aver lasciato marcire fino all’esplosione il poligono Tel Aviv - Gaza - Teheran - Beirut - paesi del Golfo.
Ci siamo assunti le nostre responsabilità nei confronti dell’Ucraina pur non avendo alcuna responsabilità negli eventi che hanno generato quel conflitto. Così pagheremo un alto prezzo energetico al disastro iraniano pur senza avere alcuna responsabilità nella sua genesi. Si sarebbe anche stufi delle spensieratezze che da Washington a Bruxelles, da Tel Aviv a Teheran, da Mosca a Pechino stanno riducendo questo pianeta uno schifo.
La voglia di un «Not In My Name», di voltarsi dall’altra parte è tanta. Ovviamente questo non salva dalle conseguenze e dagli esiti. Però risparmiamoci le sceneggiate. Di guitti in circolazione ce ne sono già assai.















