Lunedì 23 Febbraio 2026 | 14:17

Questa era dei «picconatori» dell’Occidente è finita: addio vento di Stanford

Questa era dei «picconatori» dell’Occidente è finita: addio vento di Stanford

Questa era dei «picconatori» dell’Occidente è finita: addio vento di Stanford

 
Loredana Perla

Reporter:

Loredana Perla

Questa era dei «picconatori» dell’Occidente è finita: addio vento di Stanford

Era il 1987 e l’università dalla quale partì quel movimento era una sede d’élite dell’intellighenzia americana, Stanford, in California. In verità una crepa si era annunciata anni prima. Molto più che un’avvisaglia

Lunedì 23 Febbraio 2026, 12:16

Hey hey, ho ho, Western Culture's got to go! Forse non tutti ricordano questo slogan ritmato: si tratta del grido di battaglia dei primi picconatori della civiltà occidentale. Era il 1987 e l’università dalla quale partì quel movimento era una sede d’élite dell’intellighenzia americana, Stanford, in California. In verità una crepa si era annunciata anni prima. Molto più che un’avvisaglia.

All’inizio degli anni Sessanta, sempre a Stanford, gli accademici avevano deliberato la cancellazione del corso di insegnamento «Western Civilization», Civiltà Occidentale. Quel corso era il pilastro della formazione liberale delle nuove generazioni: vi si studiavano Platone, Dante, Machiavelli, Locke. Con quella cancellazione - per quanto oggi possa sembrarci una cosa fuori dal mondo - i ‘fondamentali’ dell’istruzione vennero sostituiti, fra gli altri, da Rigoberta Menchù, Confucio, Il Corano e Zora Hurston. E l’argomento fu che la storia scritta dal «maschio bianco, europeo e morto» non era sufficientemente interculturale. E anzi: veicolava un’idea di esclusione di quanto non c’era stato sino ad allora, cioè donne, minoranze, genere e culture non europee. E quindi l’Occidente doveva sentirsi in colpa e cominciare una lunga espiazione.

E così, zac, furono tagliate opere gigantesche, declassate al rango di opzionali nelle scelte degli studenti. I pilastri della teologia classica, da Tommaso d’Aquino a Sant’Agostino furono tra i primi ad essere sacrificati sull’altare di questa nuova ideologia. Così come il viaggio cristiano di Dante Alighieri. Sia chiaro: questi autori non sparirono dalle biblioteche delle università americane ma il loro declassamento non fu senza impatti anche nella formazione della soggettività delle nuove generazioni implicitamente educate alla diffidenza (se non al vero e proprio odio) verso l’Occidente. Tutto perché il corso culturale del nuovo secolo avrebbe dovuto riflettere un mondo nuovo, multiculturale e globale. E, dunque, valori nuovi. «Western Civilitation» fu sostituito dal più politicamente corretto (e generico) Cultures, Ideas, and Values, Culture, Idee e Valori. Con buona pace di Platone e Machiavelli. Ma anche dello stesso Gramsci per il quale non si poteva essere cosmopoliti se non appartenendo a una Patria e, dunque, abbeverandosi alla sua storia peculiare (anche letteraria). A nulla valsero le proteste di intellettuali del calibro di Bellow o Eco, che parlarono di nuove intolleranze. O di Bloom che profetizzò quanto poi scientificamente si è verificato: ovvero che sostituire l'eccellenza estetica con l'ideologia politica avrebbe distrutto nei giovani la capacità di leggere. Il nuovo vento delle magnifiche sorti e progressive dell’inclusione cominciò a spirare in tutto il mondo, compresa l’Europa. E la terribile profezia di Bloom la vivono oggi, in tutta la sua gravità, i docenti di scuola e università per fronteggiare l’ignoranza di massa dei propri studenti.

Va anche ricordato, a chi fra gli accademici avesse la memoria corta, che la scelta di sbiadire la civiltà occidentale nei curricola prima universitari e poi scolastici ha prodotto in Europa il disinvestimento nelle «Humanities», cioè nella ricerca dei saperi umanistici. Suggerisco ai miei colleghi di leggere il bel saggio di Federico Poggianti nel libro uscito a cura mia, di Galli della Loggia e Gianni Belardelli per i tipi di Rubbettino, sulla crisi dei saperi umanistici nelle università italiane. Portiamo cifre e dati che confermano quanto dico.

Perché mai vi parlo di queste cose? Perché il 14 febbraio scorso, ascoltando il discorso di Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, pronunciato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ho tirato finalmente un sospiro di sollievo: il vento di Stanford si è placato. E non c’è che da gioirne.

Rubio ha ricordato una data decisiva per il nuovo futuro dell’Europa, il 1989. Dopo il 1989, ovvero dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Occidente si è nutrito di una tragica illusione: quella della «fine della storia». Ma quella storia, la storia della civiltà occidentale, è il cuore pulsante del nostro stesso esistere sul palcoscenico geo-politico mondiale. Statunitensi ed europei condividono questa storia in cui spiccano Dante e Michelangelo, Leonardo da Vinci e Shakespeare, i Beatles e i Rolling Stones. E tanto, tantissimo altro. A scuola andrebbe insegnata la grandezza di questa civiltà, non la diffidenza verso autori ai quali si è fatto assurdamente scontare il peccato dell’eccellenza!

Questa è stata la vera colpa dell’Occidente: non aver trasmesso adeguatamente alle nuove generazioni la coscienza di chi siamo e da dove veniamo. Anche per questo il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha voluto riportare le conoscenze fondamentali dell’Occidente al centro dei nuovi programmi scolastici. Nella consapevolezza che si è aperto un tempo di scelte decisive che chiedono senza tergiversazioni la risposta a una domanda, quella posta da Rubio: cosa stiamo esattamente difendendo dietro i nostri confini? Difendiamo la civiltà occidentale. L’era di Stanford è proprio finita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)