Lunedì 23 Febbraio 2026 | 14:18

Trump, quei dazi sanzionati e le accuse ai giudici danni economici e di credibilità

Trump, quei dazi sanzionati e le accuse ai giudici danni economici e di credibilità

Trump, quei dazi sanzionati e le accuse ai giudici danni economici e di credibilità

 
Carmen Lasorella

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Carmen Lasorella

Trump, quei dazi sanzionati e le accuse ai giudici danni economici e di credibilità

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sconfessato Trump, definendo illegittimi i suoi ordini esecutivi in tema di dazi: non ricorrendo condizioni di emergenza, le sue decisioni dovevano essere avallate dal Congresso

Lunedì 23 Febbraio 2026, 12:11

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sconfessato Trump, definendo illegittimi i suoi ordini esecutivi in tema di dazi: non ricorrendo condizioni di emergenza, le sue decisioni dovevano essere avallate dal Congresso. Il Presidente, furioso, ha denigrato e offeso la Corte. – fools, lapdogs, a disgrace, a shame for our nation - una vergogna, una disgrazia per il Paese, stolti, cani al servizio di interessi stranieri.

In più, ha disatteso la pronuncia, annunciando nuovi dazi. Saranno del 10% a livello globale, anzi no ancora più alti: del 15% e si sommeranno ai dazi già stabiliti. Sulla carta, però, perché per cambiare i precedenti accordi bisognerà rinegoziare quelli intanto siglati. Colpiranno i Paesi e le compagnie di tutto il mondo: that have been ripping off for years us…dancing in the streets…but they won’t be dancing for long - ha minacciato Trump - che per anni sono venute a rubare da noi, che hanno fatto festa nelle strade, ma che non potranno continuare a ballare a lungo. Per una ripicca, dunque, di nuovo un putiferio senza costrutto - pare - dove ai danni economici si aggiungono quelli legati alla credibilità.

I grandi giornali americani, dal New York Times, al Financial Times passando per i meno noti quotidiani locali, fino al Los Angeles Times, dall’altra parte del Paese, hanno riportato le reazioni spropositate del tycoon, indugiando su ogni parola, ponendosi il problema delle conseguenze per l’America, dinanzi all’eventualità di una valanga di ricorsi per i danni provocati a compagnie e paesi, che già si quantificano in miliardi di dollari.

Soprattutto, però, hanno fatto la scelta di non lasciare la scena al presidente. Hanno spiegato il senso della pronuncia della Corte nella sua funzione di vigilanza sulla Costituzione e hanno affrontato il tema dell’equilibrio dei poteri all’interno della federazione. Spazi e linguaggi che da troppo tempo mancavano. Nelle Tv americane si sono aperti dibattiti, i grafici hanno mostrato i dati sui risvolti economici e politici dei primi tredici mesi di presidenza Trump, ci sono state larvate insinuazioni. Una su tutte: nei corridoi della Casa Bianca il presidente e il suo staff si erano preparati al peggio. Assente l’annunciata svolta economica - al contrario rivendicata di continuo - mentre sale il malcontento nelle piazze, nei club, negli uffici, nelle fabbriche così come nelle università per la stretta anche sui diritti civili, la scelta è caduta su una strategia di attacco. Non una semplice ripicca, allora, né la rabbia di uno sfogo incontrollato nel migliore stile Trump, ma la determinazione di puntare sulla linea dura per accusare i giudici di irresponsabilità in un momento difficile per il paese e per la politica estera internazionale, dove l’unica domanda possibile resta: What’s next? L’incertezza.

Nei commenti espressi senza giri di parole, sono stati denunciati tanto i metodi, quanto l’identità economica, che sarebbero tutt’uno con l’identità politica di un’amministrazione, costruita intorno agli interessi del cosiddetto progetto MAGA, sempre più lontano dal bene dell’America. Del resto, in risposta alla domanda di una cronista sulla durata dei nuovi dazi, il presidente avrebbe ribadito: We have a right to do pretty much what we want to do - noi abbiamo il diritto di fare praticamente tutto quello che vogliamo. È un caso, senza precedenti. Non si tratta solo del conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato, sui cui interviene la Corte Costituzionale, riguarda le fondamenta stesse della Democrazia, nella deriva di tendenze autocratiche, insofferenti a qualsiasi limite, dove il giudice e il potere della giustizia diventano un nemico interno, anzi, Il nemico dentro, usando il fortunato titolo di un libro di Francesco Cancellato.

Nè è fuori tema il riferimento alla narrazione del direttore di Fanpage, che si riferisce ai mezzi offerti dalle tecnologie digitali agli aspiranti regimi per colpire il dissenso, perché tanto che si tratti del terzo, quanto del quarto potere (la stampa), la violazione dei diritti nell’attuale era digitale, dominata da Big Tech prive di scrupoli (compresa la possibilità di intimidire e manipolare l’informazione), riporta al centro la questione del controllo sulla pretesa impunità dell’agire politico. Serve buon giornalismo e un giudice a Washington, di nuovo, capitale della più grande democrazia moderna, come a Roma, e come era accaduto in passato, a Berlino. L’eclatante caso americano fa da specchio a ciascuna società a rischio giustizia in un contesto di libera informazione.

In antitesi, invece, colpisce l’aplomb inglese. Vale la pena ricordarlo: Re Carlo III, con il fratello Andrea, finito agli arresti per abuso d’ufficio (reato abrogato in Italia dalla legge Nordio nell’agosto dello scorso anno) ha detto semplicemente: «Voglio essere chiaro. La legge deve fare il suo corso» - aggiungendo - «non ci saranno altri commenti da parte mia, già che il processo è in corso». Il processo in corso sulle responsabilità penali del figlio prediletto della regina Elisabetta, pecora nera della famiglia reale, è quello sulla rete criminale messa in piedi dal miliardario Jeffrey Epstein, che ogni anno svela clamorosi particolari. Andrea, coinvolto in un giro di abusi sessuali su minori, avrebbe divulgato notizie riservate al tempo in cui era stato inviato speciale per il commercio britannico. Condannato da un tribunale americano per ricatti e reati sessuali, Epstein, amico di presidenti (Clinton e Trump) e di celebrità, anche del rango di Andrea, era morto improvvisamente in carcere nel 2019, dopo alcune dichiarazioni compromettenti, mentre i files – migliaia e migliaia di video, foto e documenti- di quel giro di perversioni continuano a sopravvivergli.

Trump, più volte fotografato con Epstein, tornato alla Casa Bianca, lo scorso anno aveva disposto la pubblicazione di quei files,in gran parte, lasciando però, in gran parte, coperti interi files. Il sequel continua, così come proseguono le indagini sull’intreccio del potere che attraversa gli oceani, nonostante depistaggi e fake. Ci lavora ora a pieno titolo anche Scotland Yard. Per la monarchia britannica, sicuramente è il momento più buio dei tempi moderni, la stessa corona è a rischio, con l’indice di gradimento per la prima volta sotto il 50%. Ma il prestigio non si contratta: nella tradizione dei Windsor si sceglie il diritto. Il debole governo Starmer si appresta a promuovere una legge che priverebbe l’ex principe Andrea di qualsiasi privilegio di successione, per quanto ipotetico. Oltre l’80% degli inglesi chiede al Parlamento una pronuncia di indegnità per il fratello del re.

A Bruxelles? Quali sono state le reazioni agli ultimi sconvolgenti sviluppi? L’Unione europea continua offrire deboli segnali di unità e intanto studia contromisure. Il cancelliere Merz, presto in visita a Washington per parlare di dazi, ha definito la pronuncia della Corte Europea, «una buona notizia». Il presidente Macron ha condiviso con il collega l’importanza dei contrappesi al potere in uno Stato di diritto. L’Italia? Non sono pervenuti commenti fin qui da Palazzo Chigi. Il governo sovranista di Giorgia Meloni, adagiato nell’orbita del pianeta MAGA (Make America Great Again), parla con il silenzio. Come commentare infatti una notizia a danno di Trump, nelle aperture dell’informazione globale? L’Italia è di fronte ad una sentenza della Suprema Corte americana, che garantendo l’equilibrio dei poteri, ha tracciando il limite del potere politico alla vigilia di un referendum necessario al potere politico italiano per sottrarsi al limite di quello stesso equilibrio. Un discreto pasticcio. Le polemiche e i toni sempre più divisivi scelti da ministri e ministre oltre che dalla stampa d’appoggio hanno ottenuto tra l’altro, il risultato di far crescere l’attenzione in quantità e qualità. Si vuole capire. Le modifiche costituzionali, volute dalla maggioranza di governo (si tratta di sette articoli), portate al voto dei cittadini, importanti, eppure affrettate, mistificate e prive di dibattito parlamentare, dietro lo schermo della separazione delle carriere, segneranno cambiamenti profondi nella tenuta stessa del sistema giudiziario? Quando rimane assente la politica capace di coniugare lo sviluppo con la legalità» - come è stato autorevolmente scritto - quanto resta della serenità del giudice o dell’azione del PM in uno Stato che intacca le sue garanzie costituzionali? Anche l’opinione pubblica più distratta se n’è accorta.

I magistrati non sono Il nemico dentro. Gira voce, che se si mitigasse la resistenza dei sostenitori del no, a vantaggio del sì, in cambio potrebbe essere riconsiderata la questione del sorteggio per il Consiglio Superiore dei giudici, non più scelti dal caso, ma in parte concordati con le correnti. In pratica, un accordo sottobanco che azzererebbe l’obiettivo considerato nevralgico dal ministro Nordio. Allora? È solo una voce. Gli «espedienti italioti» dell’ultim’ora, usati altre volte, in questo momento ritrovato di responsabilità, per larga parte della società risulterebbero intollerabili. Il voto mette alla prova il senso della democrazia.

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