Martedì 24 Febbraio 2026 | 14:47

Dal referendum alle armi, a Kiev ecco tutti gli scivoloni della comunicazione politica

Dal referendum alle armi, a Kiev ecco tutti gli scivoloni della comunicazione politica

Dal referendum alle armi, a Kiev ecco tutti gli scivoloni della comunicazione politica

 
Francesco Intini

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Francesco Intini

referendum costituzionale

La difficoltà della politica di imporsi attraverso contenuti complessi e articolati spinge partiti e leader a ricorrere a scorciatoie cognitive favorendo polarizzazioni che permettono di orientare l’elettore in pochi secondi

Martedì 24 Febbraio 2026, 12:30

Ha fatto discutere, e non poco, un post pubblicato nei giorni scorsi dal Partito democratico sul referendum sulla giustizia: un invito a votare No motivato non tanto nel merito del quesito, quanto dalla necessità di votare in modo differente da CasaPound, movimento politico di estrema destra che ha recentemente annunciato il suo sostegno alla riforma.

Un messaggio che ha suscitato reazioni critiche fuori dal Pd e ha creato più di un malumore al suo interno, irritando sia la minoranza del Sì sia alcuni esponenti dell’area, ampiamente maggioritaria, schierata per il No. Polemiche che si sono tradotte nella richiesta di un cambio di tono, rivendicando la necessità di riportare il confronto sui contenuti e non sulla semplice contrapposizione simbolica con l’avversario: il fatto che CasaPound abbia dichiarato il proprio sostegno al Sì sarebbe dovuto diventare, per una parte di elettorato e secondo le logiche di una certa comunicazione, un argomento per votare No.

È un episodio che racconta molto della fase che sta attraversando la comunicazione politica. E non è un caso isolato. Negli stessi giorni si è riacceso il dibattito sull’invio delle armi a Kiev, e anche lì il confronto rischia spesso di scivolare fuori dal merito. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno espresso, come accade da tempo, una posizione contraria, mentre tanto il PD quanto centristi e partiti di governo – compresa la Lega, nonostante qualche malumore – sostengono la linea degli aiuti militari. Eppure, più che discutere di strategia internazionale o di equilibri geopolitici, la polemica si è spostata su un altro terreno, specie alla luce della nascita di nuove iniziative nell’area sovranista, come quella di Vannacci.

La nascita del nuovo partito del generale, contrario agli aiuti militari all’Ucraina, ha riattivato la retorica del nemico, diventando un riferimento polemico attraverso cui incalzare gli alleati del campo largo e fare pressione sull’opinione pubblica: se votate contro, vi collocate sulla stessa posizione diVannacci.

Questi episodi mostrano un tratto sempre più evidente della politica contemporanea. La difficoltà crescente di imporsi attraverso una visione del mondo, attraverso contenuti complessi e articolati, spinge partiti e leader a ricorrere a scorciatoie cognitive - come appunto l’identificazione di un nemico - favorendo polarizzazioni che permettono di orientare l’elettore in pochi secondi. Non si tratta solo di semplificazione, ma di una vera e propria trasformazione del modo in cui si costruisce consenso.

Il problema è che queste scorciatoie funzionano soprattutto dentro il proprio campo. Servono a rafforzare un’identità già esistente, a consolidare chi è già convinto, più che a persuadere chi è lontano. E così la comunicazione politica smette progressivamente di essere uno spazio di confronto sui contenuti, e si limita a cercare strumenti di mobilitazione dei propri. E non è un caso che, dall’ultimo sondaggio Youtrend di pochi giorni fa, l’esito del referendum dipenderà sostanzialmente dall’affluenza. Perché avrà più chance di vincere lo schieramento che sarà maggiormente capace di portare al voto il proprio elettorato.

C’è poi una conseguenza più profonda. Quando la ragione di una posizione politica diventa la distanza da un avversario, il dibattito perde inevitabilmente complessità. Non si discute più se una riforma sia giusta o sbagliata, o se una decisione internazionale sia efficace o rischiosa, ma solo se ci si colloca dalla parte giusta della barricata. È un meccanismo potente, perché riduce l’incertezza – che deriva inevitabilmente dalla complessità – e rende immediata la mobilitazione. Ma è anche un meccanismo estremamente fragile, perché restringe buona parte dello spazio del dibattito pubblico a uno scontro privo di argomentazioni.

Il paradosso è che tutti invocano un confronto più alto e meno polarizzato, ma quasi tutti finiscono per utilizzare gli strumenti che alimentano la polarizzazione stessa. Non perché manchino idee o contenuti, ma perché spiegare richiede tempo e fiducia, mentre evocare un nemico produce risultati immediati. E in un ecosistema informativo dominato dalla velocità e dall’approssimazione, la tentazione della scorciatoia diventa quasi inevitabile.

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