In un Paese normale mille giorni di governo sono sotto la regola. Nell’Italia repubblicana rappresentano un record quasi assoluto se si pensa che su 68 gabinetti solo cinque hanno superato questa soglia. Se si esclude il ventennio mussoliniano, tra gli altri 64 governi del Regno d’Italia, solo gli ultimi due governi Giolitti e il governo Lanza hanno superato i mille giorni, pur attestandosi sotto Berlusconi.
Tra una ventina di giorni Meloni sarà più longeva di Renzi (1024 giorni), fra tre mesi più di Craxi (1093). Le restano da superare solo il Berlusconi IV (2008-2011 con 1287 giorni) e il Berlusconi II (2001-2005 con 1412 giorni). A settembre dell’anno prossimo li batterebbe tutti, compresi quelli del Regno, e presiederebbe il governo più longevo dell’intera storia d’Italia dal 1861. Nella Prima Repubblica, a parte Craxi, la durata media dei governi era inferiore all’anno. Nella Seconda, la constatazione da fare è che i governi di centrodestra durano più di quelli di centrosinistra. Magari litigano, ma difficilmente rompono. Sull’altro versante è più facile trovare un rottamatore, si chiami Bertinotti o Renzi.
Ha fatto bene o ha fatto male Giorgia Meloni in questi mille giorni? Alzi la mano chi si sarebbe aspettato il suo indiscusso prestigio in campo internazionale; il massimo storico di occupazione maschile e femminile, compreso il lavoro a tempo indeterminato; uno spread sotto i novanta punti con la Germania e a venti di distanza dalla Francia; la Borsa con valori quasi raddoppiati rispetto all’inizio del mandato; il rating tornato positivo dopo anni. La crescita del Pil rispetto all’ultimo trimestre pre-Covid è del 6.3 per cento, un punto e mezzo più della Francia, quasi due rispetto alla Gran Bretagna, due e mezzo rispetto al Giappone, mentre la Germania è a zero. Il crollo dello spread di quasi 150 punti rispetto all’inizio del mandato vuol dire tanti soldi risparmiati sugli interessi e maggiori risorse da destinare ad altro. E non è solo merito di Meloni se il 5 gennaio scorso «The Banker», il mensile del Financial Times, ha designato Giancarlo Giorgetti miglior ministro delle finanze dell’anno 2024 per la sua prudente politica di bilancio. Si aggiunga che nella politica migratoria da sola e abbandonata che era , l’Italia è capofila tra quanti vogliono portare i migranti in Paesi d’accoglienza lontani dal territorio nazionale.
Naturalmente si può fare meglio. Anche se finalmente il livello degli stipendi ha superato quello dell’inflazione, in Italia si guadagna ancora poco. Governo e Cisl ritengono che il problema non si risolva elevando a 9 euro lordi l’ora il minimo del salario (sono soltanto sei i Paesi europei che lo attuano e hanno tutti il pil pro capite molto superiore al nostro), ma con la contrattazione aziendale di primo e secondo livello (cosa che non piace a CGIL e Uil). Ma allora la contrattazione deve essere più efficace. E qui il cane si morde la coda, perché le aziende esigono una produttività maggiore. E non perché gli italiani lavorino meno degli altri, anzi. È che da noi sono ancora scarse innovazione e digitalizzazione, le piccole dimensioni delle imprese spesso non consentono formazione adeguata, la burocrazia è ancora troppo lenta, la concorrenza è ancora insufficiente. Nodi strutturali che richiedono tempo ma vanno sciolti.
L’altro problema da risolvere è quello delle liste d’attesa nella sanità. Non le ha inventate il governo Meloni che si è impegnato ad accorciarle in maniera significativa. Finora non vi è riuscito e non si capisce perché non eserciti i poteri sostitutivi con le regioni inadempienti. C’è quindi molto da fare e forse non basterà questa legislatura.
















