L’attacco di Israele all’Iran aggiunge benzina allo show mediatico bellicista aperto con l’invasione russa dell’Ucraina. Ma come spesso accade, più che di informazione, si tratta di spettacolarizzazione. Intanto quelle volute da Netanyahu sono operazioni chirugiche definite da osservatori autorevoli di «decapitazione» dei vertici militari, politici e scientifici della repubblica islamica di Khāmeneī. Pienamente riuscite, con le vittime illustri della prima sortita. Inoltre, l’informazione a memoria breve non inquadrare i fatti nella cornice della geopolitica contemporanea.
Israele non può pernettersi di tollerare la presenza di altre nazioni dalle capacità atomiche nel suo immediato circordario. Quanto alle proprie, le ha perfettamente documentate il Premio Pulitzer Seymour Hersh in L’opzione Sansone.
Ben prima dell’Iran fu colpito l’Iraq di Saddam Hussein. L’Operazione Babilonia onsistette nella distruzione del reattore nucleare di Osiraq da parte dell’aeronautica israeliana il 7 giugno 1981. L’incursione di una squadriglia di F-16, scortati da F-15, una settimana prima delle elezioni per la Knesset, il parlamento degli attaccanti. All’epoca non c’era al comando Netanyhau, eppure la difesa sotto forma di azioni preventive era la strategia di Israele da tempo, dalla sua stessa nascita. Vi si contemplano tutte le iniziative seguite successivamente alla trasformazione della Persia da stato moderno ed in via di affermazione sullo scacchiere medio orientale a focolaio fondamentalista.
Qui deve insersi l’errato, quanto errato, entusiasmo progressista per quella che nel 1979 venne scambiata per una rivoluzione. Ne fa ammenda Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran. Come altri connazionali fuorusciti dal regime dello scià Rheza Pahlavi, la scrittrice e accademica tornò in patria aspettandosi la democrazia. Illusione caduta dinanzi alle foto dell’ayatollah Khomeini che troneggiavano nell’aeroporto della capitale. Poi la defenestrazione del primo presidente Abol Hassan Banisadr e il suo esilio parigino, ultraprotetto dalla polizia francese. Da lì in avanti, l’Iran divenne la punta di diamante dell’ascesa islamica. Anche chi non aveva apprezzato l’autoritarismo carismatico dello scià dovette convenire sull’ennesimo abbaglio preso dagli Stati Uniti allorché lo abbandonarono e permisero l’insediamento di uno stato teocratico, ostile non soltanto all’Occidente bensì all’intero sviluppo moderno, e che contempla esplicitamente nel proprio statuto costituzionale la distruzione di Israele. Sotto Reza Pahlavi, le donne potevano indossare quello che volevano, comprese le minigonne. Non erano obbligate a portare lo chador e a subire l’oscurantismo dei pasdaran.
Bisognava però meditare anche su Israele, in pratica scaturito dall’ennesima mossa degli inglesi sulla scacchiera globale, indifferenti ai grandi rischi.
Il Primo Ministro inglese Arthur James Balfour il 2 novembre 1917 inviò la ben nota lettera a Lord Rothschild. Il testo originale è: «Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di una national home (tradotto «focolare nazionale») per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo». Era l’approdo delle manovre di Theodor Herzl, ebreo ungherese askenazita ma di lingua tedesca, che dal giornalismo era passato alla politica con la pubblicazione del libro Der Judenstaat, lo stato ebraico. L’idea gli veniva dall’affaire Dreyfus, l’ingiusta condanna per spionaggio di un ufficiale francese la cui unica vera colpa consisteva nell’essere ebreo. Herzl ritenne che l’unico mezzo per proteggere le comunità semitiche sparse nel mondo fosse una nazione autonoma. Cominciò l’Aliyah, «l’ascesa», il «pellegrinaggio» a Gerusalemme, il ritorno negli ebrei nella Terra Promessa. Il flusso dei nuovi arrivati comprendeva i migliori ingegni della civiltà occidentale. A loro fu facile trovare l’acqua a grandi profondità e creare dei piccoli Eden, disseminati sul territorio. Herzl aveva fondato il sionismo, da Sion, l’antico nome di Gerusalemme, che era l’autodeterminazione di un popolo egemone, anche se calato dall’esterno. Dopo la proclamazione indipendente dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, i palestinesi affrontarono l’al-Nakba, il disastro, la catastrofe, il cataclisma, l’esodo forzato.
Su questo retaggio specula oggi l’Iran, autonominatosi a tutela dei derelitti di Gaza. E Tel Aviv reagisce colpendo quello che ritiene il cuore infuocato del problema in via di produrre testate radioattive.
















