Quando una persona cara scompare, la prima cosa che facciamo è provare a ricostruire, anche attraverso frammenti, qualche traccia del suo passaggio in quello che ne rimane. Oltre l’insegnamento, oltre il ricordo, ci accompagna il senso fisico della sua presenza ancora tra noi, della vicinanza a lui, ai suoi gesti, ai vezzi, al suo fiato, al suo calore. Per papa Francesco, il sorriso rimane il più forte e intenso dei simboli di umanità.
Tutto ciò sta accadendo in queste giorni in una sorta di lungo e commovente racconto, parallelo e più terreno rispetto a quello che ne sanno imbastire i media o rappresentare le immagini diffuse al mondo intero. È un altro e più intimo il Francesco che la gente comune tenta di rammemorare, minuto per minuto, riempiendo il vuoto con gli spezzoni e gli episodi di questa immanenza, mentre i grandi della Terra provano a onorare i segni del suo magistero.
Di Francesco abbiamo conservato così le movenze e i gesti come di un nonno o di un padre che è rimasto in mezzo a noi, vicino a noi, che ci ha seguìto passo passo specie in questi ultimi anni. Noi non sappiamo più che cosa significa sorridere… Il sorriso smaglia la trama dei dispiaceri, schiude il guscio alla perla, apre all’uomo le porte del Paradiso, è il profumo degli Dèi, la fontana della vita. (Madama Butterfly). Appunto, se il sorriso è un approccio al Paradiso, non sia blasfemo considerare, con questo passaggio della Madama Butterfly, che un papa molto terreno e poco teologico negli anni del suo magistero ci ha insegnato le qualità e l’efficacia del sorriso, provvedendo soprattutto a raggiungere tutti e in tutti i luoghi attraverso questo esercizio contagioso.
Un’arma che in questi ultimi anni abbiamo visto svanire progressivamente dal volto e dal quotidiano di tutti noi, che facciamo fatica a continuare a.
Nonostante tutto – e sottolineiamo il nonostante – Francesco ha conservato il suo sorriso, raggiungendo con esso ogni angolo della terra. Il segno più fraterno della apertura alla umanità e condivisione della stessa ha sferzato innanzitutto la distanza e il distacco dei potenti, ma ha anche infervorato i tepori della povera gente e rallegrato tristi infanzie. Quale che fosse l’interlocutore o la circostanza il sorriso si è mescolato al rimprovero o alla preghiera, alla condivisione della gioia dei bambini così come alla sofferenza della gente per i grandi e belli o catastrofici eventi.
Quel sorriso è stato l’arma più potente anche nel combattere i grandi cataclismi che attraversano la nostra epoca e che lo hanno visto spesso in solitudine: se li mettiamo in ordine, cominciamo da quella apocalisse universale rappresentata dalle migrazioni, per poi passare alla grande epidemia del Covid, per giungere infine ai nostri giorni funestati dal conflitto russo-ucraino e la guerra di Gaza.
Quel sorriso è stato l’antidoto che papa Francesco ha provato a somministrare per mettere insieme frammenti di spirito e carne di un mondo che proprio pochi giorni prima di lasciarci aveva nuovamente definito essere «a pezzi».
















