Giovedì 26 Marzo 2026 | 07:00

Ma la pace non diventi un colonialismo sotto un diverso nome

Ma la pace non diventi un colonialismo sotto un diverso nome

Ma la pace non diventi un colonialismo sotto un diverso nome

 
Lino Patruno

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Lino Patruno

Ma la pace non diventi un colonialismo sotto un diverso nome

Cari signori integralisti animati dalle migliori intenzioni, la pace la vogliono anche quelli che non si stracciano le vesti

Sabato 22 Marzo 2025, 13:00

Bisognerebbe imparare dai Vangeli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio». Così non basta dire: «Pace, pace» per avere la pace, ma serve che si faccia qualcos’altro per arrivarci. Ed è dubbio che possano bastare un corteo o una bandiera arcobaleno o un «mi piace» sui social. Invece lo vediamo in questi giorni: pace come valore assoluto e quindi a prescindere. Magari lasciando campo libero ai responsabili delle guerre, perché comunque noi vogliamo la pace.

Cari signori integralisti animati dalle migliori intenzioni, la pace la vogliono anche quelli che non si stracciano le vesti, anche quelli che, invece di dire «pace, punto», dicono «pace, ma». La mancanza di sfumature lasciamola al papa, che giustamente fa il papa. Benché neanche in un papa dovrebbe mancare un ragionamento sulle ragioni e sui torti, altrimenti anche una pace può diventare la prima causa di un’altra guerra.

Non bisogna andare troppo lontano nella storia. La cattiva pace di Versailles ci è costata il nazismo e 50 milioni di morti. Ora la pace a prescindere potrebbe portare a un colpo di trasformismo che neanche il con-terrone Liborio Romano o Arturo Brachetti. Putin che da aggressore diventi aggredito, da responsabile della guerra in Ucraina a vittima. Quindi assolto in nome di un bene della pace del quale a lui per primo non importava nulla. Assistito dal coro dei pacifisti nostrani, spesso pacifisti a senso unico, pacefondai afflitti da miopia congenita. Fino a essere non profughi di guerra come gli ucraini ma profughi di pace senza fare «la volontà del Padre mio».

È la pace figlia di quello Studio Ovale della Casa Bianca nel quale, come si dice dalle nostre parti, Zelensky è andato per avere giustizia ma ha avuto mestizia. È la pace figlia di un altro sortilegio dei «giorni di oggi»: le democrazie «autoritarie», che è come dire dittature «liberali», insomma che l’acqua non bagna. Una pace figlia di una tregua che serve più a spartirsi il mondo che ad evitare future guerre. Una tregua che sarebbe, sì, uno stop ai combattimenti, ma anche una pausa perché non siano disturbati i manovratori. Quelli che hanno bisogno non solo del silenzio delle armi ma del silenzio delle intelligenze e delle coscienze per mettere a punto il nuovo Modello di Mondo. Quel modello che, con un altro contorsionismo alla Bergonzoni, è chiamato Nuovo Ordine.

Giulio Tremonti correggerebbe in «mercatismo»: cosa spetta a te e cosa spetta a me. Tutto il resto è fragaglia. Il duetto Trump-Putin potrebbe diventare trio col cinese Xi, il quale da vecchio confuciano se ne sta defilato: vediamo cosa succede. Potendo succedere il ritorno a quelle aree di influenza che, da Yalta in poi, se non ci hanno dato la guerra, ci ha dato la guerra fredda. Una pace figlia di un patriarcato che ha sempre portato guerra. Una pace disarmata di cannoni ma armata di incidenti di percorso tipo la Corea o il Vietnam. O delle decine di piccole guerre locali fomentate dagli stessi protagonisti di oggi, quelli che con una mano ti proteggevano e con l’altro ti rapinavano delle ricchezze. Una pace coloniale, altro sortilegio della dittatura «liberale» del colonialismo. E poi dice che non hanno ragione quelli che dicono «mannaggia Cristoforo Colombo». E va a finire che si dia ragione anche a quel Georg Wilhem Friedrich Hegel secondo il quale di tanto in tanto serve qualcosa che increspi la palude.

Poco importa a quali emeriti risultati abbia portato il pacifismo di quel diversamente democratico di Putin (i cui oppositori stranamente cadono dai balconi o si ritrovano avvelenati o col cuore spaccato da un pugno). Ha portato al piccolo prodigio di aver fatto uscire dalla neutralità un Paese come la Finlandia che pur riteneva di essere più sicura. E di aver fatto chiedere l’ingresso nella Nato a una Svezia che non ne aveva mai avuto intenzione prima. Mentre ora si grida allo scandalo se l’Europa, vista l’aria, decide (quasi) di difendersi da sola avendo perso la difesa di un’America passata da alleata a predona. Mentre i suoi oppositori si scandalizzano vedendola non inerte come avvenuto finora. E continuano a spararle addosso condannandone i molti divieti e ignorandone i molti principi. Quelli che non solo ci hanno portato 70 anni di pace. Ma ci fanno essere l’unico baluardo democratico e civile a resistere in un mondo in cui debordano i regimi, diciamo, forti. Un umanesimo, altro che.

Che l’Italia sia «non pervenuta», non meraviglia visti i precedenti. Italia specialista nella quadriglia delle alleanze. E capace, con le sue forze politiche quanto con la sua società «civile», di definire pacifismo l’ignavia. E di definire «guerrafondismo» il dovere di chiudere le porte visti i soggetti che sono in giro. Ma la pace, la pace, come fate a non volerla voi pacifisti non a prescindere?

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