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La guerra provocata e quella corsa alle armi dell’Europa dei «bari»

La guerra provocata e quella corsa alle armi dell’Europa dei «bari»

La guerra provocata e quella corsa alle armi dell’Europa dei «bari»

 
Gianfranco Longo

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Gianfranco Longo

La guerra provocata e quella corsa alle armi dell’Europa dei «bari»

Le guerre non ristrutturano le economie. Semmai le guerre fanno guadagnare pochi, dissanguando popoli e popolazioni, provocando fuggiaschi e inermi, accendendo vendette tra vecchi e nuovi rivali della scena politica, causando infine apolidi ed esiliati

Mercoledì 19 Marzo 2025, 13:00

Il presidente dell’Ucraina Zelensky inizia a rendersi conto di aver perso una guerra determinata lanciando il sasso, mettendosi il cerotto e imbarcando tali quantità di denaro, generosamente offerte dall’Unione Europea e non solo, da dissestare la già flebile economia della stessa Unione Europea, che probabilmente, guidata com’è da caparbietà e sfrenate grandeurs, può trovare solo nel rinnovato urlo di guerra una ragion d’essere alla propria finzione politica. E forse da tutto ciò, un rilancio economico alla sua specifica funzione all’azzardo, esattamente come ci trovassimo di fronte a un gruppo di mercenari della politica, travolti e sbatacchiati da una ludopatia perpetua, irrefrenabile dinanzi ai luminescenti vortici di luci d’una roulette elettronica, o più grossolanamente giocatori avvinghiati all’esito di due dadi che rotolano e rotolano, lasciando una solitaria tacca dorata su uno e un paio su un altro: la partita si fa truccata, truccata già di per sé dal puntare sul vuoto e sull’azzardo invece che sulla reciprocità culturale, storica e linguistica dei popoli, rendendoli parti di una qualità e di un insieme comuni, non integrandoli in forzati e traballanti processi di ideazione giuridico-economica che hanno portato, attualmente, all’infatuazione bellico-monetaria che dovrebbe addirittura rappresentare una risoluzione a un profondo malessere civile e politico delle singole nazioni componenti l’Unione Europea.

A questo malessere si aggiungono una divisione radicale dei popoli e un distanziamento altrettanto risoluto rispetto a quelli che avrebbero dovuto essere i cardini dell’Unione, degradata a mero esercizio di sopravvivenza di una moneta che ha iniziato la sua storia, non in uno Stato, ma in un’accozzaglia di nazioni dalle aspettative artificiali meramente ridotte a profitti e dividendi fra pochi azionisti.

Le guerre non ristrutturano le economie. Semmai le guerre fanno guadagnare pochi, dissanguando popoli e popolazioni, provocando fuggiaschi e inermi, accendendo vendette tra vecchi e nuovi rivali della scena politica, causando infine apolidi ed esiliati. Lo sguardo di Zelensky, sempre altero e superbo, da bullo di periferia europea, ora appare, ma solo in un abile gioco teatrale, spaurito, per certi versi smarrito nel non raccapezzarsi più su tempi, su spazi, su luoghi del suo frenetico andare a zonzo, vero e proprio nevrotico girovagare, questuando aiuti finanziari, elemosinando interventi militari che metteranno a rischio la vita delle generazioni nate dalla fine del XX secolo in poi, supplicando impegni per un’economia di guerra, concessioni arbitrariamente elargite dalla Ue a fondo perduto, e che in realtà peseranno sui cittadini europei insieme al pericolo di un riarmamento del tutto infondato, visto che ancora il cosiddetto patto di sicurezza atlantico, meglio conosciuto come Nato, è presente e operante, sebbene Trump ne voglia riscrivere funzioni e finalità.

E così una guerra, subdolamente provocata da piccole e continue aggressioni nei confronti delle popolazioni russofone, guerra poi fatta passare persino come guerra di difesa contro l’invasore russo, inizia la solita, triste conta delle perdite di uomini, donne, ragazzi, enumerando vedove e orfani, mutilati e invalidi, deportati e disertori: la conta delle guerre è così sempre la stessa, cominciando proprio dal registrare il sinistro e agghiacciante elenco di errori compiuti sui quali non è possibile più tornare indietro, sebbene lo si vorrebbe con tutte le forze, errori sui quali posare lo sguardo malinconico di fronte alla causate desolazione e desertificazione di quanto un tempo presente civilmente, delineante uno spazio di speranza umanamente adesso assente, ridotta com’è l’Ucraina.

Stessa constatazione è stata pronunciata da Mousa Abu Marzouk, capo delle relazioni estere di Hamas, che lo scorso 25 febbraio ha dichiarato al New York Times il suo profondo rammarico e pentimento, tardivi, per quanto commesso il 7 ottobre 2023. Ma a lui, come a tutto il gruppo terroristico di Hamas, non resta altro che la miserabile ammissione di colpa per essere responsabili di un atto criminale senza precedenti a meno di considerare la Shoah, crimine terroristico che ha in realtà innescato l’occasione propizia per una ritorsione talmente feroce da fare impallidire la stessa provocazione del 7 ottobre 2023, lasciando così i protagonisti di quella vicenda amaramente pentiti, poiché, sia nell’attacco del 7 ottobre subito da Israele che nella successiva azione di guerra da parte della Idf israeliana su Gaza, le vittime sono state solo i civili e pochi sparuti corpuscoli di degenerati militari, maniaci dei conflitti armati, tollerati, scagionati dalla stessa guerra per averla resa «giusta» rispetto ad un’altra.

In questo medesimo percorso rischia di inoltrarsi l’Unione Europea e il suo riarmamento, proclamato con toni eccitati tali da rendere ancor più, l’Europa stessa, una no man’s land in cui imperversano i bari delle economie finanziarie, impettiti nei loro grigi défilé mortuari, abili nel destreggiarsi come attori fra scommesse in bische clandestine e puntate su ruote azionarie delle borse internazionali, in fondo tutti politici ormai ridotti a essere tristi spettatori del loro fallimento, avviliti dal dover rischiare su un punto di non ritorno. Troveremo i protagonisti della Commissione Euro- pea, fra qualche anno, ormai disoccupati, girovaghi di stazioni ferroviarie dismesse, rovistando fra rifiuti per cibarsi, ad ammettere un pentimento tardivo come gli stessi dirigenti di Hamas stanno facendo?

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