Anche sulla scelta tra la guerra e la pace emergono diseguaglianze sciocche e inumane. L’assurdo è dare una aggettivo qualitativo alla pace. Tanti ragionano tanto diversamente da come a morire fossero i loro figli.
’A livella di Totò è stato un giusto rimprovero al «consorzio» umano. Ma è anche l’invito ad essere uguali primi della morte. Le parole di don Gennaro, O muorto puveriello, indirizzate al marchese Signore di Rovigo e di Belluno, anch’esso sepolto, mettono in serio imbarazzo il passaggio in vita dell’umanità. Offendono la condizione di povertà, che arriva spesso anche ad uccidere per fame e carenza di farmaci. Inorridisce quella miseria che offende la specie umana, differenziando le donne e gli uomini tra ricchezze e fame.
Un grande tema quello della uguaglianza che lo stesso Totò sottolinea con grande amarezza, definendo i destini di vita diseguali Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive. E, per l’appunto, per comprendere meglio un siffatto maestro di vita, attraverso le viscerali risate che provoca e la tanta nostalgia che mette a terra, occorrerebbe aggiungere il resto delle stupende 25 strofe del principe De Curtis per capire la lezione che insegna ad essere uguali da vivi.
Ed è qui che il tema dell’uguaglianza assume concretezza. Quella condizione vitale alla quale tutti fanno riferimento salvo poi distinguersi nel pretendere privilegi, piccoli o grandi che siano: dal guadagnare un posto letto indebitamente, in oltraggio alle liste di attesa, all’arraffare un posto nella PA a dispetto della meritocrazia sino ad arrivare alla percezione di benefit immotivati.
L’uguaglianza è merce rara a materializzarsi. Proprio per questo motivo, essa diventa il più importante obiettivo politico, subito dopo la libertà.
Al riguardo, il problema più serio è rappresentato dal fatto che essa sia ancora ridotta al livello di aspirazione. È nella natura dell’essere umano protendere ad essere diseguali, privilegiati rispetto agli altri. La diseguaglianza a regime è elemento costitutivo del fascismo (Primo Levi dixit), del razzismo, del classismo e dell’antimeridionalismo. È espressione «violenta» del poter contare, dell’esibirsi e del rendersi destinatari di rispetto, spesso preteso seppure immeritato, accordato mettendo a disposizione il corpo e l’anima nonché per mera compiacenza.
Per affrontare e risolvere il tema della eguaglianza occorre risalire alle fonti che ne hanno tracciato, prima, la sua dimensione filosofica per poi passare a quella concreta.
La dinamica di siffatti processi è fondamentale per comprenderne le difficoltà a realizzarla, a renderla sinonimo di una attribuzione identica di diritti, un riconoscimento di eguali destinatari.
Il Mezzogiorno è il figlio prediletto della diseguaglianza realizzata. È divenuto così precario perché l’uguaglianza è divenuta una mera locuzione dialettica alla quale si fa spesso ricorso per conquistare consensi, promettendo la messa da parte di ogni privilegio concesso ai ceti privilegiati, primo quello politico e dei suoi «vicini di casa».
Prendendo a prestito una definizione che dà il Gioberti, nei Prolegomeni del Primato, della potenza effettiva e reale della dialettica e dell’uguaglianza, quest’ultima è da ritenersi «una mera astrazione», che assume valore ed effettività a seconda dei periodi e delle politiche esercitate. Al riguardo, l’anzidetta diseguaglianza cronica del Sud è la prova del disinteresse assoluto della politica post borbonica.
Uguaglianza tra simili, a prescindere del territorio in cui si viva, è il simbolo della nostra Costituzione e, proprio questo suo scarso godimento sociale dimostra una lesione grave della medesima, attese le sentenze della Consulta che ne sanciscono la frequente violazione nelle leggi dello Stato e delle Regioni.
Per non parlare dei privilegi che si riconoscono, in favore di taluni rispetto a talaltri, nell’azione amministrativa della PA, avvezza a rendere diseguali le destinazioni di somme e benefit, penalizzando così la griglia dei potenziali beneficiari egualitari.
Insomma, rispetto all’uguaglianza teorica la forbice della diseguaglianza ne incrementa la distanza. Taglia l’uguaglianza dei diritti di cittadinanza ma anche delle chance da attribuire alla persona, perché la stessa possa raggiungere l’optimum o quantomeno un risultato di miglioramento reale. Un vulnus che lo si arguisce attraverso la sensibile diminuzione del godimento dei diritti sociali, sempre di più percettibili a macchia di leopardo in favore di ceti privilegiati.
Ne sono una prova, tra l’altro:
-la sanità che ha abbandonato in tanti, tali da essere diversi dal resto nel Paese, con un Mezzogiorno oramai anziano che è disperato per solitudine e per gli abbandoni da parte del welfare state;
-la penosa curva demografia che registra un bambino per ogni sei anziani e gli ultrasessantacinquenni che costituiscono il 26,5% della popolazione totale;
-la scuola che nel Sud periferico raggiunge condizioni inaccettabili, di aule iper aggregate per penuria di natalità, che costeranno tanto al futuro dei giovani costretti a subire le sorti di una non evitabile ignoranza;
-i trasporti pubblici ridotti oltre l’osso che impediscono la circolazione che solitamente aiuta ad evolvere le menti e aiutare i soccorsi.
Le oggettive condizioni di disagio di una Nazione di diseguali, nei confronti della quale la politica fa nulla, rende difficile, per non dire impossibile, arrivare ad uno standard europeo, conseguito negli altri Paesi attraverso l’uguaglianza sostanziale, senza la quale non ci sarà mai modo di fare diventare l’UE un unico Stato.
















