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Il monito del Papa ai giornalisti: «Siate veri nella vita»

Il monito del Papa ai giornalisti: «Siate veri nella vita»

Il monito del Papa ai giornalisti: «Siate veri nella vita»

 
Dorella Cianci

Reporter:

Dorella Cianci

L’attualità progressista del pensiero di Papa Francesco

Il Giubileo della Comunicazione in Aula Paolo VI si è aperto con le parole della Premio Nobel Maria Ressa, reporter filippino-americana (vincitrice del Premio Nobel per la pace, nel 2021, con Dmitrij Muratov, direttore del periodico indipendente russo «Novaja Gazeta»), la quale ci ha invitati tutti a «restare umani»

Sabato 01 Febbraio 2025, 13:29

Il Giubileo della Comunicazione in Aula Paolo VI si è aperto con le parole della Premio Nobel Maria Ressa, reporter filippino-americana (vincitrice del Premio Nobel per la pace, nel 2021, con Dmitrij Muratov, direttore del periodico indipendente russo «Novaja Gazeta»), la quale ci ha invitati tutti a «restare umani», anche nel complesso e, a tratti, manipolatorio periodo dei Big Tech, ricordando a tutti noi, lì presenti, l’importanza di essere responsabili e di saper collaborare nella ricerca della verità quotidiana.

Dopo il breve concerto del grande violinista Uto Ughi, papa Francesco ha detto ai presenti: «Non basta che i giornalisti raccontino la verità; è importante che siano veri e autentici anche nella loro vita», lanciando un monito semplice, e raro al tempo stesso, basato sulla corrispondenza fra i gesti e le parole. In Vaticano, tantissimi giornalisti hanno potuto riflettere su che cosa è rimasto della comunicazione della speranza, nel tempo della iper-comunicazione continua del male, delle guerre, degli egoismi e dei soprusi. Sono i soli aspetti della realtà? Che domanda difficile! Che difficile definizione è quella da inseguire per la parola «comunicazione». Facciamo un breve passo indietro, arrivando alle origini della nostra fede. L’apostolo Giovanni inizia con queste parole il suo Vangelo: «In principio era il Verbo». Il Verbo… dunque la Parola. E il Papa, in passato, ha affermato: «La parola serve per comunicare: non si parla da soli, si parla a qualcuno (anche grazie alla mediazione dei segni)». Questo significa, in maniera evidente, che «parlare» vuol dire sempre «parlare a...».

Per cui il fatto che Gesù sia indicato, fin dal principio, come «parola», significa che - sin dall’inizio del Cristianesimo - emerge l’importanza della teologia della parola. Tuttavia il Cristianesimo non solo fa uso della parola nella comunicazione, ma sceglie sistematicamente il kérygma, cioè l’ «annuncio», la catechesi fatta anche di immagini. Una lezione notevole, compresa dall’arte, sin da subito: ricordiamo il Trecento, secolo in cui gli artisti, per esempio quelli della scuola senese, avevano come obiettivo «comunicare il Vangelo a chi non sapeva leggere». Una funzione didascalica, che resterà monumentale nella storia dell’arte e renderà grandioso e unico il patrimonio culturale della Chiesa. Il Cristianesimo, in origine, seppe guardarsi intorno con pragmatismo e sbirciò nel mondo pagano, da un certo punto in poi, grazie agli esegeti, intellettuali di primissimo livello, i quali si resero conto che la Chiesa, nel suo universalismo costantemente ricercato, non poteva fare a meno della comunicazione ben strutturata: bisognava solo adattare la lezione antica (mi riferisco all’invenzione greca di «pubblicizzarsi» o, per citare Luciano, «di acchiappare l’attenzione di tutti») alle esigenze della fede.

A chi si comunica cosa? La comunicazione è, essa stessa, divina, ma, per essere davvero in sintonia con la spiritualità, ha bisogno di saper toccare i cuori e di «convertire» non tanto a un credo, quanto alla giustizia verso gli altri e verso il pianeta stesso. Una scommessa difficile nell’era dell’intelligenza artificiale e del continuo dubbio verso il «fake». È proprio per questa importanza unica che il Pontefice ha voluto dedicare un momento di questo Giubileo del 2025 ai giornalisti: da qui e da loro passa la costruzione dei fatti, del tempo presente che non è ancora storia.

E come passa questa comunicazione? Spesso con semplicità. Quel verbo, quella parola dei Cristiani diventa anche immagine. Quando? Come? Per esempio alla maniera di Dostoevskij. In apertura de I fratelli Karamazov, si ricorda, infatti, ai lettori che se il chicco di grano muore, darà molti frutti (parole e immagini decisamente potenti e comunicative). E che dire di Sartre, il quale nel testo teatrale Bariona o il figlio del tuono, scritto mentre era detenuto dai nazisti, ha voluto descrivere i sentimenti della Madonna verso il bambino, utilizzando parole che sono già immagini di comunicazione? Scrive Sartre: «Nessuna donna ha avuto, in questo modo, il suo dio per lei sola. Un dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un dio tutto caldo che le sorride e respira, un dio che si può toccare e vive». La comunicazione è, sempre più, una sfida difficile per il futuro e nessun giornalista saprà mai davvero che cosa accadrà un giorno. Un giornalista ha il dovere di mantenere occhi e cuore aperti.

È importante andare, vedere, toccare e poi saper fare di quell’esperienza «una parola» da comunicare, una parola sincera ed esigente.

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