Acciaierie d’Italia, ex Ilva, ha avuto, benché in ritardo rispetto alla tabella di marcia, la sua epifania: non sono arrivati i tre Re Magi, bensì, i tre gruppi siderurgici interessati all’acquisto di AdI ex Ilva. L’azera Baku Steel Company, insieme a Azerbaijan Investiment Company, la statunitense Bedrock Industries Management e gli indiani di Jindal Steel International hanno partecipato all’offerta vincolante per l’acquisto di AdI. Facile parlare di acquisto ma come canta una antica canzone anglosassone It’s a Long, Long Way to Tipperary. Entrando nel merito della complessa realtà siderurgica, da decenni è in una crisi comatosa, con passaggi di mano: dal pubblico al privato, per ritornare al pubblico e poi al privato e ancora al pubblico con la sua ultima gestione commissariale.
Tre gruppi, di cui sopra, hanno partecipato all’offerta vincolante, per tutta la realtà di AdI e sette per i singoli asset. In tutto dieci sono le offerte presentate venerdì 10 gennaio. Di primo acchito: tutto bene madama la marchesa, ma i fatti, come diceva un celebre rivoluzionario, hanno la testa dura, nel senso che la realtà di AdI non è per nulla idilliaca, ma presenta tanti problemi irrisolti, quindi, meglio non ingannare chicchessia, visto che sono in ballo migliaia di lavoratori, l’economia di Taranto, compreso il territorio ionico - salentino, e uno dei settori strategici del sistema Italia. Intanto, bisogna dire che è uscito dal cilindro, inaspettatamente, allo scadere delle offerte: Bedrock, il fondo che, nelle ipotesi migliori, dovrebbe rinvestire delle risorse finanziare ottenute dalla vendita della canadese Stelco alla statunitense Cleveland Cliffs. A occhio e croce, di un valore di due miliardi e mezzo di dollari. A nostro avviso, il fondo non andrà di là dall’offerta, oltretutto, la vita dei fondi, in generale, non ci vuole una zingara per capire come operano: interventi «mordi e fuggi», risanano, diciamo, in modo «darwiniano sociale» a spese degli occupati e, poi, dopo alcuni anni vendono. Conoscendo le dinamiche, nella fattispecie Bedrock ha fatto un favore al ministro Urso, presentandosi alle offerte in modo che sono tre i concorrenti e non due come ai tempi di Carlo Calenda alla guida del Mef, oggi, Mimit. Con la fuoruscita di Arcelor Mittal, si ritorna di nuovo «sul luogo del delitto», al pubblico, e Adolfo Urso nomina commissario straordinario, Giancarlo Quaranta, la cui esperienza nel settore siderurgico è fuori discussione, affiancato da Giovanni Fiori, e da Davide Tabarelli.
Fuori gioco gli americani, restano in campo gli azeri e gli indiani. Sennonché, i siderurgici italiani non sono interessati a questa partita, probabilmente, ha ragione Antonio Gozzi, presidente della Federacciai, «Io credo che la storia dell’Ilva abbia lasciato un segno nella memoria delle imprese italiane. L’esproprio, senza indennizzo fatto ai Riva non è stato dimenticato». Esproprio proletario, pardon, di Stato, scherzi a parte.
Baku Steel Company è un gruppo, con duemila dipendenti, solido sotto l’aspetto patrimoniale, finanziario e commerciale. È il più grande produttore di acciaio del Caucaso, nonché, esporta in venti Paesi. Gli azeri vogliono acquisire oltre Taranto, anche Novi Ligure e Cornegliano, condicio sine qua non venga istallata una nave rigassifigatrice che potrebbe ottimizzare il gas proveniente dall’Arzebaijan attraverso il Tap: il gasdotto istallato sui fondali di San Foca-Lecce, così di avere energia a basso costo, visto che quella elettrica, in Italia, ha un prezzo più alto d’Europa. La scelta di impiantare il rigassificatore riguarda, in specie, la produzione del preridotto con forni alimentati a metano. E, qui, casca l’asino. Figurarsi se le associazioni ambientaliste fondamentaliste con a capo attori e cantanti non scenderanno in piazza per ostacolare l’importante opera, il cui ambiente è solo una scusa. Già fanno un danno oltremisura presentando Taranto come «città monstre», invivibile e, detto tutto questo, come si fa a parlare di turismo. Gli indiani della Vulcan Green Steel del gruppo JSPL è stata fondata come industria siderurgica votata alla produzione di acciaio verde grazie un impianto tecnologico innovativo in Oman da 5 milioni di tonnellate, alimentato a preridotto ad energia rinnovabile. Si badi che da tempo JSPL collabora con l’italiana Danieli da cui ha acquistato un altoforno e dei diversi tipi di laminatoi. Al dunque, la competizione per l’acquisizione di AdI è tra gli azeri e gli indiani e gli analisti affermano che ha più chance Baku Steel Company.
Detto questo, i punti cruciali dei piani industriali dei gruppi partecipanti saranno due: i livelli occupazionali e la de- carbonizzazione. Due scogli non facilmente scalabili cui i sindacati porranno dei caveat imprescindibili. Grossomodo dipenderanno dalle dimensioni dei piani industriali. Una cosa è produrre 6 milioni di tonnellate, un’altra, 10 milioni, tonnellaggio da non scartare, visto che sta nelle previsioni. Fermo restando che i sindacati vogliono, costi quel che costi, che lo Stato entri con una quota nell’azionariato, nella job venture che si dovrebbe a costituire con il privato. Quando sarà e chi sarà. In ultima analisi, loro malgrado, la golden power. Spetta ai commissari e ai loro consulenti, partendo dal programma presentato nel luglio scorso, valutare ogni piega delle proposte presentate, mettendo nel conto il valore di cessione di AdI è di 1,5 miliardi e un piano di investimento di 1,8 miliardi di euro al 2030. Data fatidica, in cui la produzione di acciaio, con il carbone, secondo Bruxelles, dovrebbe raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica: CO2. Come Bruxelles ha trattato il problema dell’ambiente in rapporto, nella fattispecie, con la siderurgia, in modo giacobino, è vivere fuori dal mondo.
Qual è lo stato dell’arte? Le acciaierie tarantine hanno in funzione l’Altoforno 1 e l’Atoforno4, con una produzione di due milioni di tonnellate di coils e bramme. C’è da fare molta manutenzione e bisogna acquistare i minerali e non c’è un soldo bucato. Si è speso il prestito di 320 milioni di euro del Mef e, inoltre, si sono impegnate le giacenze dei materiali prodotti per avere dei finanziamenti per tirare a campare. Le aziende dell’indotto non sanno a quale santo votarsi: avendo rimborsi a stop and go. Per gli operai: «il piatto piange».
C’è poco da stare allegri!
















