Domenica 02 Ottobre 2022 | 12:38

In Puglia e Basilicata

L'ANALISI

Tra lotta e governo, il sovranismo è nel caos e cerca una nuova casa

Tra lotta e Governo il sovranismo è nel caos e cerca  una nuova casa

Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i politici sovranisti

Povero elettore: alla fine l’ha capito anche lui che i suoi voti sono solo un taxi da prendere per arrivare in carrozza alla fermata governista

06 Settembre 2022

Leonardo Petrocelli

Povero elettore sovranista. Aveva iniziato a incanalare la sua rabbia in quel lontano 2013 votando il Movimento 5 Stelle e sognando referendum sull’euro, scatolette di tonno e democrazie dirette. Sappiamo come si è chiusa la faccenda. Bene, dirà qualcuno. Male diranno altri. Ma di grandi rivoluzioni non c’è più traccia. Allora, lo sventurato, si è buttato su Matteo Salvini e la sua nuova Lega 2.0, costruita sulle tesi anti-euro degli economisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi e poi finita - per interposto Papeete e svolta governista - a intrupparsi nei «Draghi boys». E alla fine, quando tutto sembrava perduto, è arrivata Giorgia Meloni che, c’è da dire, è stata sempre all’opposizione di tutto: del governo gialloverde, di quello giallorosso, dell’esecutivo Draghi. Piglio aggressivo e niet a ripetizione. Ma ora che la meta è vicina che succede? Succede che la Meloni fa professioni di fedeltà alla Nato ogni cinque minuti (un altro paio e la candideranno al Congresso), battezza le sanzioni alla Russia come «lo strumento più efficace che ci sia» e ricorda di andarci piano con gli scostamenti di Bilancio perché ci sono i conti pubblici di cui preoccuparsi. Così, come un Monti qualsiasi.

Povero elettore sovranista. Alla fine l’ha capito anche lui che i suoi voti sono solo un taxi da prendere per arrivare in carrozza alla fermata governista. È stato così per la Lega che senza gli opuscoli «Oltre l’euro», l’apertura alla Russia e la foto di Salvini con Trump e Le Pen, sarebbe rimasta inchiodata a quel 6% da cui la trasse all’epoca il suo Capitano. E vale lo stesso per Fratelli d’Italia evolutosi da nano (al 4%) a gigante (al probabile 20-25%) grazie al radicalismo della Meloni e non al suo senso di responsabilità istituzionale o ai suoi tentativi di accreditarsi a Washington o Bruxelles. C’è un’area vasta nel Paese che non ha alcuna intenzione di passare l’inverno al gelo o di abbassare la saracinesca del bar per assecondare l’oltranzismo della Nato (Termometro politico la stima addirittura al 51,1%) e che continua a diffidare, eufemismo, delle grandi costruzioni sovranazionali. Spiace per i benpensanti, ma è l’«innominabile» a portare voti. Nient’altro.

Questo Salvini e Meloni lo sanno benissimo ma è singolare vedere come diversamente stiano utilizzando questa leva. Matteo ha capito che per evitare di farsi superare dal M5S e finire quarto deve rispolverare un po’ di movimentismo, l’unico motore che, appunto, muove i voti. Per questo ha ripreso a martellare contro le sanzioni alla Russia, a parlare di generosi scostamenti e ha perfino costretto il povero Giancarlo Giorgetti a battere la Valtellina in felpa, come un Che Guevara di Cernobbio. Ma l’impressione è che sia tardi, troppo tardi. Il governo con Mario Draghi, nonostante il burrascoso epilogo, resta una pietra tombale su ogni credibilità sovranista o barricadera.

Dall’altra parte, invece, la Meloni compie l’operazione opposta. Forte del vento elettorale che la proietta sempre più in alto si è messa a rassicurare mezzo pianeta sulle proprie sobrie intenzioni, anche a costo di perdere qualche voto. Se lo può permettere, è questo il ragionamento. Il problema è capire se la Giorgia che i sovranisti andranno a votare è quella che arringa dal palco di Vox o quella temperata di queste settimane. L’inedita prudenza potrebbe essere tattica, certo, purissimo maquillage, ma qualora fosse sostanza e indirizzo di governo non ci vorrà molto prima che Fratelli d’Italia imbocchi lo stesso tunnel della Lega. Di certo, le intemerate di Salvini la disturbano perché sono sassi d’inciampo lungo la via del governo.
E, alla fine, l’idea che il centrodestra possa vincere la partita ma non riuscire a concretizzarla per dissidi e trame interne resta nell’aria. C’è chi ipotizza patti fra Salvini e Berlusconi per tagliar fuori la Meloni, chi immagina che, qualora il Pd superasse Fratelli d’Italia, Mattarella potrebbe dare l’incarico al leader del partito più votato, cioè Letta, piuttosto che al frontman (o alla frontwoman) della coalizione vincente. E ancora sul fondale del Palazzo strisciano voci di possibili intese fra Terzo Polo e Forza Italia o anche la sensazione che a sinistra non dispiacerebbe l’idea di un centrodestra vittorioso ma poi destinato a schiantarsi sulle difficoltà dell’autunno che ci aspetta.

Povero elettore sovranista. Pettegolezzi a parte, il punto è che ci sta capendo davvero poco. Quello che governava con Draghi è improvvisamente caduto dal letto e ha riscoperto la vena perduta. Quella che a Draghi si opponeva sembra ora Draghi in gonnella. Gongola il partito dell’astensione e gongolano in parte anche i nuovi leader sovranisti, da Gianluigi Paragone con la sua Italexit a Marco Rizzo con Italia Sovrana e Popolare, pronti a sorgere sulle ceneri di una stagione politica che ora mostra la corda. Alcune ubriacature italiane forse sono finite, altre minacciano di «bruciare» in poco tempo, ma le questioni restano. A Praga 70mila persone sono scese in piazza contro la Nato, segno che qualcuno in Europa si sta stufando. E i prossimi mesi saranno caldi, anzi gelidi. Passato il voto si ricomincia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725