La più piccola aveva 6 anni, la più grande 12: sono le 165 bambine iraniane uccise in uno dei primi giorni di questa ennesima guerra. Quando le bombe hanno dilaniato i loro corpi, si trovavano in classe, nel loro paese, Minab, nel sud dell’Iran. E la loro scuola aveva un nome pieno di speranza: «Shajareh Tayyebeh», che significa «l'albero buono». Ma nessuna radice è cresciuta sana, perché sulle teste - probabilmente già velate - di queste piccole scolare si sono abbattuti prima i divieti degli integralisti e poi le esplosioni.
Come non dedicare a loro questo 8 Marzo?
Loro che a scuola avevano la cartina dell’Iran appesa al muro e che imparavano quanto la città in cui vivevano fosse affacciata su uno spazio di mare, il Mar Arabico, bello e profondo. Ma un mare che fa gola a tanti: è lo Stretto di Hormuz, zona in cui passano le grandi petroliere, in cui il mondo commercia oro nero e gas. Ecco perché sono morte, ecco perché le prime bombe sono arrivate nella loro cittadina, lasciandole inermi, sacrificando il loro futuro all’orrore della supremazia. Quella stessa supremazia che forse avevano conosciuto nelle loro brevi vite: regole, imposizioni, chissà. Perché, come nel romanzo Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi, essere bambine a Teheran è non poter scegliere. Ti spettano gli ayatollah o i bombardamenti. E in un mondo ormai (a torto) utopico, una cosa non giustifica l’altra: né persecuzioni né guerre fanno parte della giustizia umana alla quale ci stiamo purtroppo disabituando.
Delle bambine si è parlato poco, perché ogni ora c’è un nuovo lutto. Leggete le cronache che descrivono i nuovi sistemi ipertecnologici che generano morte. Leggete le descrizioni dei soprusi, guardate i volti di chi scende in piazza. Gente che fugge, o gente che resta e rischia, tra blackout e paura, tra notizie flebili e un Medio Oriente che rischia di esplodere sempre di più. Noi, che sbagliando sentiamo questa guerra lontana, non possiamo non rivolgere un pensiero ai bambini e alle bambine che qui, come a Gaza, sono vittime inconsapevoli di una logica guerrafondaia incapace di risolvere diversamente problemi gravissimi. Missili, droni, morte. Acquisti di nuove armi, prezzi del petrolio alle stelle: state notando che tutto ciò diventa in Occidente quasi più allarmante delle perdite umane? Si fanno i conti economici e si passa sopra ai corpi, alle vite.
Benzina, gasolio, scorte, armi. No, per le scolarette iraniane tutto questo era/è distante: le mancate politiche di riconversione energetica, i giganteschi affari che adesso ricadono sulle tasche di chi va a pagare le bollette, la democrazia bombardata dal cielo. Le piccole donne di Teheran, di Minab e di tutte le terre del mondo in cui si ripetono questi orrori, sono vittime al pari delle donne martoriate dell’Occidente femminicida, perché non c’è un grado di dolore. Quando è dolore è dolore per tutti.
A Gaza (a proposito, ce ne siamo dimenticati?) nei 23 mesi di guerra sono stati uccisi oltre 50.000 bambini. E ancora scuole, ospedali, luoghi in cui non si dovrebbe bombardare, secondo il diritto internazionale... una « cosa» che non si usa più. Ricordate quando nell’aprile 2025 un attacco aereo israeliano ha colpito la Yaffa School di Gaza City? Lì si erano rifugiate famiglie sfollate. E lo stesso è accaduto in Ucraina, dove pare che i russi abbiano distrutto più di 1.300 scuole, annientando ogni tentativo di ritorno alla vita normale.
Ma qual è la normalità? Quella delle nostre imperterrite divisioni, tanto che si polemizza sulle presenze dei Paesi del mondo alla Biennale di Venezia o alle Paralimpiadi, dove il fine dell’inclusione si spezza di fronte alle diatribe tra defezioni e proteste di Stati-contro.
Muri, disgregazioni, sperequazioni. Se ha un senso ricordare quell’8 Marzo che da anni rischia di svuotarsi di contenuti, ebbene il suo senso può trovarsi nella lotta alle diseguaglianze, alle possibilità umane. Qualcuno pensa che questa data sia legata al terribile incendio in cui morirono decine di lavoratrici. Anche. Ma in realtà il giorno fu fissato come data ufficiale e internazionale dalle Nazioni Unite nel 1977, con il significato di promuovere i diritti, compreso quello di voto, ma soprattutto di portare avanti le uguaglianze, quelle che l’imperialismo non ammette. Ed ecco che i fili si riannodano, ecco che le guerre lontane, le bambine di Teheran e quei rami di mimosa speranzosi sembrano avvicinarsi.
















