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In Puglia e Basilicata

il commento

Un futuro già morto senza i giovani nella sfera pubblica

Un futuro già morto senza i giovani nella sfera pubblica

Alla pandemia, alla crisi climatica ed energetica, alla guerra, all’ampliamento delle diseguaglianze e della povertà ora si aggiunge anche la crisi del governo

08 Agosto 2022

Mario De Pasquale

Tempi bui: alla pandemia, alla crisi climatica ed energetica, alla guerra, all’ampliamento delle diseguaglianze e della povertà ora si aggiunge anche la crisi del governo. Si rafforza la percezione che la nostra sia una società del rischio, in cui il controllo del mondo umano e naturale sembra sfuggire di mano (Beck). Il sentimento di fragilizzazione dell’esistenza, di vulnerabilità e di impotenza attanaglia tutti (Badiou) e dispone alla paura: indeterminata e generalizzata (Augé), come un fiume carsico, scorre sotto la superficie della normalità standardizzata e permea tutte le sfere di vita.

La paura prepara alla difesa dai pericoli incombenti, ma, se permane nel sentire e nell’agire degli individui come mera forza immunitaria di sopravvivenza, priva di alcuna elaborazione, «blocca la deliberazione razionale, avvelena la speranza e impedisce la cooperazione costruttiva per un futuro migliore» (Nussbaum). Nel tempo della crisi politica la paura favorisce la polarizzazione e l’estremizzazione delle posizioni, restringe gli spazi per l’incontro tra diversi, per il confronto tra le idee, per il dialogo e per le mediazioni, impedisce la ricerca del nuovo. La condizione di emergenza rende difficile districare la matassa delle paure, isolarne e analizzarne singolarmente le cause, per riportarle sotto il controllo della ragione. Il demos già da tempo è deluso, ha abbandonato l’agorà e si è frammentato in mille rivoli; per lo più mosso dalla rabbia, dalla reattività punitiva o vendicativa, rifugge dall’impegno e dal conflitto, dalla partecipazione democratica nella sfera pubblica. Per paura, il cittadino si accontenta di una «libertà dei servi» (Viroli), di un individualismo difensivo, consumistico, egoistico e narcisistico, adagiandosi pigramente su un minimalismo dei diritti e su un fatalismo standardizzato. Si finisce così irretiti in un circolo vizioso: la paura distrugge anche ciò che dovrebbe servire a superarla. Indebolisce la capacità morale, la responsabilità individuale e sociale, etica e politica, logora e ferisce la stessa democrazia, vulnerabile e bisognosa di cura, sclerotizza le forme storiche del suo funzionamento, impedisce ogni tentativo di innovare le istituzioni, di generare nuove visioni. La paura fa più male ai deboli (come sappiamo noi del Sud), quelli che non possono attendere, impotenti, miracolosi interventi dall’alto realizzati in tempi biblici. Il coraggio della speranza dovrebbe indurre a staccare la spina e ad operare da subito per dare vita a una nuova nascita, ad un nuovo inizio. Nelle città, nei territori abitati in comune, si può dare nuova forma alla vita sociale (Dilthey).
Negli spazi autogovernati si possono trovare modi di correggere o superare, almeno parzialmente, le leggi del mercato e dell’economia, di guidare l’ampliamento della fascia dei diritti, di gestire i beni comuni inappropriabili fuori dalla logica della merce, secondo i valori costituzionali di solidarietà e di uguaglianza. I cittadini possono sperimentare nuove forme di abitare il tempo e lo spazio, di avere relazioni con l’ambiente umano e naturale, scoprire nuovi modi di stare insieme, di gestire la coesistenza nella cultura e nella bellezza, anche valorizzando lo sguardo critico rivolto alle luci e alle ombre della modernità. Il cambiamento della macro-politica inizia con la formazione di un nuovo ethos, attingendo nuova linfa dalla società civile e dalle istituzioni locali, da esperienze di democrazia generativa che si creano dal basso (di cui parlava anche il nostro Guglielmo Minervini), dove possono nascere nuovi visioni e nuovo senso, nuove forme del governo comune dell’esistenza, della democrazia e della politica (Arendt).

Occorre riscoprire il gusto dell’incontro, del confronto, del dialogo, dell’immaginazione e della progettazione-sperimentazione del nuovo, creando ponti tra fisico e virtuale. Dovrebbero tornare nella sfera pubblica soprattutto i giovani: in un momento storico decisivo, il futuro nasce già morto o sempre uguale senza la loro partecipazione. Sono loro che danno del tu al tempo e sono sospesi tra vecchio e nuovo. Chi dovrebbe immaginare il nuovo, assumere impegni e rischi per realizzarlo, liberando la repressa forza creatrice di elaborare e sperimentare ciò che si sogna, nuove forme e nuovi stili di vita? Non erano stati i giovani, ormai più di cinquanta anni orsono, a occupare gli spazi pubblici per affermare il desiderio di un mondo diverso? Questa volta però devono inventarsi nuove forme di partecipazione politica, non in conflitto ma in collaborazione con le istituzioni, che, a loro volta, devono confidare nelle risorse del civile, di individui e comunità. Non devono solo difendersi ma accogliere e proteggere la nascita del nuovo, favorire il cambiamento e le sperimentazioni sociali, assicurare loro orientamento e durata nel tempo, imparare a donare loro potere di autogoverno. I cittadini attivi con coragio devono costruire il nuovo, senza paura.

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