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IL COMMENTO

La grande montagna fra sport e sogno di sfidare l’impossibile

La grande montagna fra sport e sogno di sfidare l’impossibile

Messner e il fascino pericoloso delle montagne

Il caso della Marmolada e la citazione di Messner: « Il fascino delle vette è dato dal fatto che sono belle, grandi, pericolose».

05 Luglio 2022

Enzo Verrengia

La Marmolada che diviene all’improvviso un incubo mortale ripropone la mitologia e la storia del rapporto dell’umanità con le grandi altezze. I Sumeri vedevano in ogni monte l’Uovo del Mondo, la massa primordiale indifferenziata. Nello Shu_wén Ji_zì, il dizionario cinese del II secolo dovuto alla Dinastia Han, l’ideogramma della montagna è «produttrice dei diecimila esseri». Come il nome indigeno dell’Everest: Chomolugma, «Dea Madre del Mondo». Rudyard Kipling pensa di certo a questo potenziale misterico scrivendo L’uomo che volle farsi re, trasposto in un indimenticabile film del 1975 da John Huston.

Peachey Carneham e Daniel Travot, i due scanzonati massoni che s’inerpicano sulle montagne del Kafiristan, subiscono un’attrazione di natura ultraterrena che li porta alla rovina. Scambiati per divinità dagli indigeni, si rivelano umani, in una parabola nietzschiana che ha per autentiche protagoniste le montagne della zona. Vengono in mente le parole di Sant’Agostino nelle Confessioni: «E gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e gli enormi flutti del mare, le vaste correnti dei fiumi e il giro dell’Oceano e le rotazioni degli astri, e non si curano di se stessi». Proprio queste righe il 26 aprile 1336 balzarono sotto gli occhi di Francesco Petrarca aprendo a caso una pagina del volume del vescovo d’Ippona, durante l’ascesa al Monte Ventoso, in Provenza, 1.909 metri di altezza. Contemplando il panorama dalla vetta, Petrarca cercò il conforto di Agostino. E 5mila anni prima, nell’Età del Rame, qualcuno praticava già l’alpinismo, forse. È l’epoca cui risale Ötzi, la mummia maschile ritrovata nel 1991 sulle Alpi Venoste, ghiacciaio di Similaun, a 3.200 metri sul livello del mare.

Per la storia, la pratica delle scalate comincia l’8 agosto 1786, in pieno illuminismo, con l’ascensione del Monte Bianco da parte del medico Michel Gabriel Paccard insieme al cercatore di cristalli Jacques Balmat, entrambi di Chamonix e sollecitati dallo studioso ginevrino Horace-Bénedict de Saussure. Alla conquista di altre cime, come il Monte Rosa nel 1801 e il Bernina nel 1829, segue, alla metà dell’Ottocento, la fondazione dei club alpini, che raccolgono appassionati e temerari sotto l’egida della sfida alla montagna. Nel Novecento, austriaci e tedeschi si impongono la determinazione nella cosiddetta «affermazione naturalistica», ovvero la tendenza a ribadire attraverso le scalate il primato dell’uomo sul territorio, anche quello impervio per eccellenza.

Sorge la Scuola di Monaco che perfeziona la tecnica dell’arrampicata facendola precedere da indispensabili addestramenti ed acclimatamenti preventivi che riducono i rischi e temprano i candidati alle conquiste alpine. Si scatena un vero assalto alle pareti più proibitive delle Dolomiti. Nel 1925, Emil Sollender supera per la prima volta il sesto grado con la scalata al versante nordoccidentale del Civetta. Nel 1929, ci riescono anche gli italiani Emilia Cominci, sulla Sorella di Mezzo, seguito da Renzo Videsott e Domenico Rudatis lungo lo spigolo della Cima della Busazza, e da Luigi Micheluzzi sul pilastro Sud della Marmolada.
Eppure gli spettacolari paesaggi alpini dell’Europa centrale rimpiccioliscono al cospetto delle altezze titaniche nel cuore dell’Asia. I nomi dell’Everest, del Nanga Parbat e del K2 hanno il suono di evocazioni divine.

La catena dell’Himalaya toglie ogni percezione di adeguatezza umana e sospinge ad accettare l’infinito. L’impresa del neozelandese Sir Edmund Hillary, che scalò la parete sud dell’Everest con lo Sherpa Tenzing Norgay il 29 maggio 1953, va iscritta negli annali di un’umanità che si affranca sempre di più capace dalle pastoie dei limiti corporali. Giungere a quasi novemila metri, significa avvicinarsi alla volta del cielo. Affermò Reinhold Messner: «All’alpinismo è necessaria la difficoltà, l’esposizione, l’essere fuori nella wilderness, in un ambiente selvaggio e desolato, e anche il rischio. Il fascino delle montagne è dato dal fatto che sono belle, grandi, pericolose».

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