Sabato 02 Luglio 2022 | 16:31

In Puglia e Basilicata

Dopo il voto

Il flop del referendum? Un bello «schiaffo» per risvegliare chi dorme

referendum costituzionale

Manca forse la motivazione principale e cioè che, nonostante tutto, gli Italiani si sono mostrati più intelligenti dei loro politici rifiutando di sbrogliare una situazione complessa come il rapporto fra politica e giustizia

14 Giugno 2022

Michele Partipilo

Non ci voleva Nostradamus per prevedere il flop dei 5 referendum sulla giustizia. Ciò che non era stato previsto è che avrebbe registrato la più bassa affluenza della storia: sono andati alle urne due italiani su dieci, uno schiaffo a chi aveva proposto e sostenuto la consultazione popolare. E questo nonostante vi fosse stato l’abbinamento con le amministrative in circa un migliaio di Comuni.

Tra le ragioni del flop annunciato sondaggisti e commentatori hanno elencato la scarsa chiarezza dei quesiti, l’usura dello strumento referendario, la crescente disaffezione degli italiani verso il voto, la poca attenzione dedicata dai media e, dulcis in fundo, la «tentazione balneare» di una calda domenica di giugno. Un concorso di ragioni che però non basta a spiegare un risultato così deludente.

Manca forse la motivazione principale e cioè che, nonostante tutto, gli Italiani si sono mostrati più intelligenti dei loro politici rifiutando di sbrogliare una situazione complessa come il rapporto fra politica e giustizia e in cui avrebbero dovuto procedere a colpi di accetta: sì o no, dentro o fuori, senza possibilità di mediare.

L’articolo 75 della Costituzione prevede il referendum abrogativo di leggi o di parti di leggi e non pone limiti circa le materie oggetto di consultazione se non «per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali». Per il resto ogni norma - da quella sull’aborto a quella che prevede l’Ordine dei giornalisti - può essere sottoposta al giudizio diretto dei cittadini.

Domenica scorsa, non solo per convenienza, ma anche per un sussulto di coscienza politica, gli italiani si sono sottratti al gioco dei partiti e con un segnale che andrà valutato con attenzione hanno detto no a un fuorviante esercizio di democrazia diretta. Al processo di disintermediazione in corso e che sembrava affascinasse gli Italiani viene dato uno stop. Accanto a chi è andato al mare, a chi dice me ne frego, a chi non sapeva neppure che ci fossero i referendum, c’è per fortuna una fetta di popolo - non quantificabile, ma non inconsistente - che non ha accettato lo scaricabarile tentato dai partiti.

Affermare che i quesiti non erano chiari, significa dire che non si comprendeva come i sì o i no ai cinque quesiti avrebbero cambiato la vita delle istituzioni e, soprattutto, della gente comune. Al populismo di marca nostrana è stato opposto uno stop ampio, ancorché inquinato dal disinteresse e dalle altre motivazioni di comodo. Ci sono temi come quelli presenti nei cinque quesiti sulla giustizia che non possono essere affrontati con il sì o con il no. Servono competenze specifiche, valutazioni tecniche, capacità politiche e di discernimento. Non è elegante scaricare sulle spalle di ignari elettori questioni che per anni partiti e magistrati si sono rimpallati con insostenibile leggerezza. Gli Italiani si sono sentiti presi in giro e hanno reagito di conseguenza. Le uniche questioni sulle quali aveva un senso il giudizio popolare erano quelle riguardanti l’eutanasia, la  responsabilità civile  dei  giudici e la  legalizzazione della cannabis. Ma la Corte costituzionale le aveva tolte dal tavolo, suscitando molte proteste. Tanto che lo stesso presidente della Consulta, Giuliano Amato, aveva tenuto un’irrituale conferenza stampa per spiegare le ragioni della bocciatura dei tre quesiti.

È chiaro che il flop di domenica peserà ulteriormente sulla partecipazione degli Italiani alla vita politica ed elettorale. Ma gran parte delle responsabilità ricadono sui partiti e i loro leader che continuano a perseguire obiettivi che sempre meno realizzano il bene comune, ma sempre più spesso mirano a creare leadership e bolle di potere personale.

Se i politici devono riflettere, e anche molto, sul loro operato e sulle strategie messe in campo, i magistrati non devono illudersi di essere stati in qualche modo «promossi». La Giustizia in Italia è colpita da virus che in pochissimi cercano di combattere in maniera seria e gli effetti ricadono sulle spalle della gente ma anche sulle possibilità di sviluppo e crescita economica. Investitori e imprese hanno bisogno di certezza del diritto, non di correnti di magistrati che si fanno la guerra come sezioni di partito. Nel discorso della rielezione, il Capo dello Stato ha insistito con durezza sulla riforma della giustizia: «Occorre che venga recuperato un  profondo rigore. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone».

Gli Italiani, seppur con parole confuse, hanno detto la loro. Ora spetta alla classe politica trarne insegnamento evitando di trasformare il risultato referendario nell’ennesima lite da pollaio. Allo stesso modo la Magistratura deve capire che non può continuare sulla stessa strada e che ai complessi problemi che l’affliggono vanno trovate soluzioni altrettanto complesse nei luoghi deputati, né nei salotti televisivi né nei retrobottega dei partiti. Più che un flop il referendum è stato uno schiaffo degli Italiani, speriamo per risvegliare chi si era accomodato in un pericoloso torpore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725