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IL COMMENTO

No al decreto sciagurato che censura i nomi di arrestati e indagati

No al decreto sciagurato che censura i nomi di arrestati e indagati

La tutela del diritto di cronaca: occorre rivedere la norma scritta troppo in fretta per evitare la procedura d’infrazione dall'Ue

11 Giugno 2022

Michele Partipilo

Le persone più attente avranno notato che dalle cronache giudiziarie vanno via via scomparendo i nomi di persone arrestate o accusate di reati. Apprendiamo che la tale Procura ha condotto un’indagine che ha portato all’arresto o alla denuncia di un certo numero di persone, ma non sappiamo chi sono. Fra loro potrebbe esserci il vicino di casa, un parente, l’insegnante accusato di pedofilia che è anche l’insegnante di nostra figlia. Ma non lo sapremo. O meglio non lo sapremo ufficialmente, perché la polizia giudiziaria e i Pm che conducono le indagini non possono più fornire notizie. Solo il Procuratore della Repubblica può interloquire con i giornalisti.

Sono gli effetti dello sciagurato decreto legislativo 188/2021 entrato in vigore il 14 dicembre scorso. Il decreto nasce per attuare la direttiva europea 2016/343 sulla presunzione d’innocenza. Si dirà: allora colpa della solita Europa. Nient’affatto, poiché la direttiva chiede ai Paesi membri solo di adeguare la loro legislazione in modo da proteggere la non colpevolezza dell’imputato fino a una sentenza e di evitare anticipazioni di condanna. L’Italia per cinque anni ha ignorato la questione ritenendo sufficiente quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione («L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva») che risulta più garantista della direttiva Ue in quanto richiede una «condanna definitiva», mentre per la normativa europea – compresa la Convenzione per i diritti dell’uomo – è sufficiente che vi sia una condanna, quindi anche solo in primo grado.

Il decreto legislativo 188/2021 è rivolto alle autorità pubbliche (magistrati, forze di polizia) ma estende i suoi deleteri effetti sull’informazione e sui giornalisti. Al di là delle modifiche ad alcuni articoli del codice penale, introduce infatti il divieto per Pm e polizia giudiziaria di fornire notizie sulle attività di indagine. Può farlo solo il Procuratore della Repubblica che di volta in volta deve stabilire quali indagini o quali operazioni di Pg siano meritevoli di essere comunicate ai media. Lo potrà fare solo con comunicati stampa o, eccezionalmente, con conferenze stampa, trasformandosi così in addetto stampa del suo ufficio e caricandosi ogni volta l’onere di individuare quale sia l’interesse pubblico di un determinato fatto. I giornalisti, poiché non toccati direttamente dal decreto legislativo, possono continuare ad attingere notizie da tutte le altre fonti (avvocati, testimoni, parti lese eccetera) ma non potranno mai verificarle con l’unica fonte diretta e attendibile, cioè con chi ha condotto le indagini.
A prescindere dalle considerazioni di natura tecnica che si potrebbero fare circa il rischio di censura, la difficoltà di stabilire quale sia l’interesse pubblico e via di seguito, è sufficiente una considerazione pratica: come farà un Procuratore della Repubblica, che di solito non sta in ufficio a fare i cruciverba, a valutare ogni singola notizia, a stendere comunicati stampa e diffonderli, a indire e tenere conferenze stampa? Delle due l’una: o si trasforma in un bravo addetto stampa o fa il lavoro per il quale ha studiato, ha acquisito competenze ed è pagato. Il rischio, per non dire la certezza, è che dovrà fare scelte di comunicazione privilegiando inevitabilmente le indagini relative ai reati più gravi o di maggior impatto sociale e per evitare richieste di rettifica – che comportano ulteriore lavoro – tenderà a non fornire nomi se non in casi eccezionali. Ecco spiegato l’anonimato di molte cronache.

Non solo, ma cominciano a sparire le notizie relative a indagini o operazioni di polizia che riguardano reati forse minori, ma di grande impatto sul senso di sicurezza dei cittadini come furti, scippi, aggressioni, spaccio di droga. Un’assenza che porterà discredito su magistratura e polizia in quanto, visto che non se ne saprà nulla, la percezione pubblica sarà che nessuno fa niente per reprimere questi reati. Che fare? Semplicemente rivedere il decreto legislativo in questione, scritto troppo in fretta per evitare la procedura d’infrazione da parte dell’Europa. Il costume italico di fare le cose all’ultimo minuto spesso porta a non ponderare in maniera attenta gli effetti di certe scelte. Senza contare che questo dlgs non inciderà sui cosiddetti processi mediatici, che davvero possono compromettere la presunzione d’innocenza di un accusato, o sulla «gogna mediatica» cui è esposta una persona che a qualsiasi titolo «entri» in un’inchiesta.

Nell’impossibilità di verifiche, le notizie non solo saranno sempre più anonime, ma anche più incerte facendo riferimento non a fatti verificati ma a supposizioni, deduzioni, «soffiate» di vario genere. Avranno campo libero tutti i venditori di fumo e gli odiatori che attraverso i social potranno disinformare a gogo. Tanto nessuno li potrà smentire con dati certi provenienti da fonti note e attendibili. Col dlgs 188/2021 si amputa di fatto il diritto di cronaca poiché si impedisce al giornalista di attingere alle fonti – a tutte le fonti – che ritiene utili per fornire al pubblico notizie veritiere. Uno studioso come Glauco Giostra ha rilevato che in democrazia «è inconcepibile una giustizia segreta», che rischierebbe di diventare «torbido strumento di affermazione di parte», determinando una «gravissima involuzione civile e democratica».

Ben prima c’era stato tale Cesare Beccaria che aveva sentenziato che «Il segreto è il più forte scudo alla tirannia». In questo caso la tirannia sarà quella della informazione irresponsabile, delle ricostruzioni fantasiose e delle fake news. Con buona pace per la presunzione d’innocenza.

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