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Il punto

«Guerra, il male che contagia»

«Guerra, il male che contagia»

La provocazione su media e conflitto: «Guai ad avere dubbi nelle ore buie»

28 Aprile 2022

Toni Capuozzo

Per gentile concessione dell’editore Signs Publishing (info@signspublishing.it) pubblichiamo un estratto del nuovo libro «Giorni di guerra. Russia e Ucraina, il mondo a pezzi» del giornalista Toni Capuozzo, da oggi nelle librerie fisiche e digitali.

L’ aprile 2022, 44esimo giorno di guerra. Non ascoltatela, fa male. Sto vedendo video sanguinosi, ma questo, senza una goccia di sangue, è peggio. In guerra le persone danno il peggio e il meglio di sé. Questo soldato ucraino mostra il peggio, utilizzando il telefonino di un soldato russo ucciso.

Ve lo racconto: la mamma del soldato russo riceve la videochiamata, appare il suo volto, lei crede che sia il figlio e pronuncia il suo nome “Iliusha, Iliusha” (diminutivo di Ilija) con tono allarmato. Il militare ucraino ride e dice: “Slava Ucraina”, “Gloria all’Ucraina”. La mamma dice: “non c’è Iliusha?”. Lui risponde: “è morto. Ha fatto tre errori: si è perso, si è perso in Ucraina, è morto come un cane”. E ride. Si vede il volto della madre impietrita che inizia a tremare. Lui dice: “cosa ti succede, perché ti tremano le labbra?”.

La mamma, con un altro telefonino, chiama una ragazza, probabilmente la fidanzata del figlio. È la ragazza a continuare a parlare con il militare ucraino. La ragazza dice alla madre: “questo è un bastardo”. Poi rivolta al soldato: “non crediamo a quello che dici. Facci vedere il nostro ragazzo”.

Lui risponde: “non è rimasto niente di questo qui, è rimasto solo il culo, la gamba è staccata dal corpo, per fortuna è rimasto solo il telefono per chiamarvi e dirvi che lo stronzo fottuto non c’è più”. La ragazza dice: “sei tu che al posto della testa hai il culo”. Lui ride: “è il vostro ragazzo che dove aveva la testa adesso ha il culo, grazie all’artiglieria ucraina”. Durante il colloquio si sente il pianto disperato della madre. La ragazza dice: “facci vedere il nostro ragazzo”. Lui dice: “cosa devo farvi vedere che lo stanno mangiando i cani, non abbiamo tempo per seppellire i vostri russi, li lasciamo finire ai cani, da un lato c’è la gamba, dall’altro la testa, è tutto sparso”. La madre piange e chiude la conversazione. Il soldato ucraino ride.

Non è propaganda russa, è girato dalla parte ucraina, da qualcuno che riteneva di potersene vantare. La guerra è anche questo, non è mai il bene contro il male, è il male che contagia. Sarebbe meglio, certo, se le linee fossero nette, se potessimo imbarcarci in una guerra santa per salvare bambini e donne, come angeli vendicatori; siamo la civiltà, il diritto, la democrazia, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria, dalla Jugoslavia all’Ucraina.

Guai ad avere dubbi, nelle ore buie e supreme. Non è il malanimo dei professionisti dell’informazione o della politica a stupirmi, quando sospettano nelle critiche un fiancheggiamento di Putin, evitando così di rispondere alle domande. Mi colpisce l’accorato messaggio di persone semplici: “così semina confusione”. È vero, così si tolgono certezze. Una è incrollabile: la Russia ha invaso. La seconda, per me, è altrettanto solida: la guerra è essa stessa un crimine e, in guerra, i crimini sono pane quotidiano. Però veniamo messi al riparo da un versione confortante: i mostri sono i russi, e solo i russi, La loro guerra è stupri, violenze sui civili, saccheggi... non lo vedi? Questo messaggio porta a ritenere la guerra come una scelta inevitabile, come un sacrificio economico e morale cui non ci si può sottrarre. Dobbiamo stare uniti, ripetono i politici. E, in effetti, loro lo sono. Sotto l’ala di Washington e di Londra, Nato e Unione Europea rivelano piccole crepe solo sulle sanzioni. Ma il segretario generale della Nato dice che l’alleanza ha le porte aperte, e la guerra sarà lunga. Io mi disunisco. Sono per negoziare, per trattare, per fermare la guerra. Ah, dite che voglio salvare Putin dall'inevitabile sconfitta? Vi stanno accompagnando in guerra per mano.

“Chi dubita sarà sconfitto. Forse”, diceva Rat-Man. Mi tengo il “forse”. L’Occidente di cui tanto si riempiono la bocca ha vinto, quando ha vinto, grazie alle idee, agli stili di vita, alla seduzione della libertà: il muro di Berlino non l’hanno abbattuto i carri armati. Quando abbiamo usato la forza, abbiamo lasciato il deserto dietro di noi. Draghi dice “pace o condizionatore”. Non è così, avrebbe dovuto dire “vittoria o condizionatore”. Chi dubita, forse, aiuta la vittoria della pace o, almeno, immagina di poter risparmiare qualche vita, cerca di non allungare la guerra e, con essa, gli odi. Altrimenti avanti, tra allegri ragazzi morti.

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